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Niccolo Macchiavelli al Magnifico Lorenzo di Piero di Medici. Sogliono il più de le volte coloro che desiderano acquistare gratia a presso un' Principe farseli innanzi con quelle cose che in tra le loro habbino più care, o de le quali vegghino lui più delettarsi; donde si vede molte volte esser' loro presentati cavagli, arme, drappi d'oro, pietre pretiose et simili ornamenti, degni de la grandeza di quelli. Desiderando io adunque offerirmi a la vostra Magnificentia con qualche testimone della servitù mia verso di quella, non ho trovato, intra la mia supellettile, cosa quale io habbi più cara o tanto stimi quanto la cognitione delle attioni delli huomini grandi, imparata da me con una lunga esperientia delle cose moderne, e una continua lettione delle antiche, la quale havendo io con gran diligentia lungamente escogitata et esaminata, et hora in uno piccolo volume ridotta, mando a la Magnificentia vostra. Et benche io giudichi questa opera indegna della presenza di quella, nondimeno confido assai che per sua humanità gli debba essere accetta, considerato che da me non li possa essere fatto maggior' dono che darle facultà a potere, in brevissimo tempo, intendere tutto quello, che io in tanti anni, et con tanti mia disagi, et pericoli ho conosciuto, et inteso. La quale opera io non ho ornata ne ripiena di clausole ampie o di parole ampullose o magnifiche o di qualunche altro lenocinio o ornamento estrinseco, con li quali molti sogliono le lor' cose descrivere et ornare, perche io ho voluto o che veruna cosa la honori o che solamente la verità de la materia et la gravità del' sogetto la faccia grata. Ne voglio sia riputata presuntione se uno huomo de basso et infimo stato ardisce discorrere et regolare e Governi de Principi; perche così come coloro che disegnano e paesi si pongano bassi nel' piano a considerare la natura de' monti, et de' luoghi alti, e per considerare quella de' bassi, si pongono alti sopra e monti, similmente a conoscer' bene la natura de Popoli bisogna esser' Principe et, a conoscer' bene quella de Principi, conviene esser' Popolare. Pigli adunque vostra Magnificentia questo piccolo dono, con quello animo che io lo mando; il quale se da quella fia diligentemente considerato et letto, vi conoscerà drento uno estremo mio desiderio che lei pervengha a quella grandeza che la Fortuna et le altre sua qualità gli prometteno. Il Principe di Nicolo Machiavelli, segretario et cittadino fiorentino   
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        Quante siano le spetie de principati, et con quali modi si acquistino Cap .I. Tutti li stati, tutti è Dominij che hanno havuto et hanno Imperio sopra gli huomini sono stati et sono o Republica o Principati. E Principati sono o hereditarij, de quali el sangue del loro Signor' ne sia stato longo tempo Principe o è sonno nuovi. E nuovi, o sonno nuovi tutti, come fù Milano a Francesco Sforza, o sonno come membra aggiunti a lo stato hereditario del' Principe che li acquista, come è il Regno di Napoli al Re de Spagna.Sonno questi dominij così acquistati o consueti a vivere sotto un' Principe o usi ad esser' liberi; et acquistonsi o con l'armi d'altri o con le proprie, o per Fortuna o per Virtù.  
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        De e principati hereditarii Cap .II. Io lascerò indrieto il ragionare delle Republiche perche altra volta ne ragionai a longo. Volteromi solo al Principato et andrò nel ritessere queste orditure disopra, disputando come questi Principati si possono governare et mantenere. Dico adunque che neli stati hereditarij, et assuefatti al' sangue del lor' Principe sono assai minori difficultà a mantenerli che ne nuovi, perche basta solo non trapassar l'ordine de' suoi antenati et di poi temporeggiare con li accidenti; in modo che, se tal' Principe è di ordinaria industria sempre si manterrà ne lo suo stato, se non è una ordinaria et eccessiva forza che ne lo privi; et privato che ne sia, quantunche di sinistro habbia lo occupatore lo r'acquisterà.Noi habbiamo in Italia, per essempio, il Duca di Ferrara, il quale non ha retto agli assalti de Vinetiani nel'LXXXIIII ne a quegli di Papa Iulio nel'X, per altre cagioni che per essere antiquato in quel' Dominio. Perche il Principe naturale ha minori cagioni et minore necessità di offendere, donde conviene che sia più amato; et se straordinarii vitij non lo fanno odiare e ragionevole che naturalmente sia ben voluto da suoi. Et nell'antichità et continuatione del' Dominio sono spente le memorie et le cagioni de le innovationi, perche sempre una mutatione lascia lo addentellato per la edificatione del'altra.  
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        De' principati misti Cap .III. Ma nel' Principato nuovo consistono le difficultà. Et prima (se non è tutto nuovo, ma come membro, che si può chiamare tutto insieme quasi misto) le variationi sue nascono in prima da una natural' difficultà, quale è in tutti li Principati nuovi, perche li huomini mutano volentieri Signore credendo megliorare et questa credenza gli fa pigliar l'arme contro a chi regge; di che s'ingannano, per che veggono poi per esperientia haver' peggiorato. Il che depende da un'altra necessità naturale et ordinaria, quale fa che sempre bisogna offendere quelli di chi si diventa nuovo Principe et con gente d'arme et con infinite altre ingiurie che si tira drieto il nuovo acquisto. Di modo che ti truovi haver' nimici tutti quelli che tu hai offesi in occupare quel' Principato, et non ti puoi mantenere amici quelli che vi t'hanno messo, per non li potere satisfare in quel modo che si erano presuposto et per non poter' tu usare contro di loro medicine forti, essendo loro obligato; perché sempre, ancora che uno sia fortissimo in sulli eserciti, ha bisogno del favore de' provinciali ad entrare in una provincia. Per queste ragioni Luigi XII Re di Francia occupò subito Milano, et subito lo perdè; et bastorno a torgnene la prima volta le forze proprie di Lodovico, perche quelli Popoli che gli havevano aperte le porte, trovandosi ingannati de la opinione loro et di quel' futuro bene che' s'havevano presuposto, non potevano sopportare fastidii del nuovo Principe. È ben vero che acquistandosi poi la seconda volta e paesi rebellati si perdono con più difficultà, perche il Signor', presa occasione dalla rebellione, è meno respettivo ad assicurarsi con punire e delinquenti, chiarire e sospetti, provedersi nelle parti più deboli. In modo che, se a far' perdere Milano a Francia bastò la prima volta un' Duca Lodovico che romoreggiasse in sù confini, a farlo di poi perder' la seconda gli bisognò havere contro il mondo tutto et che gli eserciti suoi fussero spenti et cacciati di Italia: il che nacque da le cagioni sopra dette,. Nondimeno et la prima, et la seconda volta li fù tolto. Le cagioni universali de la prima si sono discorse; resta hora a vedere quelle della seconda et dire che remedij egli haveva et quali può hauere un' che fusse ne termini suoi, per potersi meglio mantenere nello acquistato che non fece il Re di Francia.Dico per tanto che questi stati, quali acquistandosi si aggiungono a uno stato anticho di quello che gli acquista, o sono della medesima provincia et de la medesima lingua, o non sono. Quando siano, è facilità grande a tenerli, massimamente quando non siano usi a viver' liberi; et a possederli securamente basta haver' spenta la linea del' Principe che li dominava, perche, ne l'altre cose mantenendosi loro le conditioni vecchie et non vi essendo disformità di costumi, li huomini si vivono quietamente, come s' è visto che ha fatto la Borgogna, la Brettagna, la Guascogna et la Normandia che tanto tempo sono state con Francia: benche vi sia qualche disformità di lingua, nondimeno i costumi sono simili et possonsi tra loro facilmente comportare. Et a chi le acquista, volendole tenere, bisogna haver' doi rispetti: l'uno che il sangue del'lor' Principe antico si spenga, l'altro di non alterare ne loro leggi, ne loro daci; talmente che in brevissimo tempo diventa con il lor' principato antico tutto un' corpo. Ma quando si acquistano stati in una provincia disforme di lingua, di costumi, et d'ordini, qui sono le difficultà et qui bisogna haver' gran' Fortuna et grande industria a tenerli. Et uno de magiori remedii et più vivi sarebbe che la persona di chi li acquista, v'andasse ad habitare. Questo farebbe più secura, et più durabile quella possessione, come ha fatto il Turco, di Grecia, il quale con tutti li altri ordini osservati da lui per tenere quello stato, se non vi fosse ito ad habitare, non era possibile che lo tenesse. Perche standovi si veggono nascere disordini et presto vi si può rimediare; non vi stando, s'intendono quando sono grandi et non vi è più rimedio. Non è oltre a questo la provincia spogliata da tuoi officiali; satisfannosi e sudditi del' ricorso propinco al Principe, donde hanno più cagione di amarlo, volendo essere buoni, et volendo essere altrimenti, di temerlo; chi delli esterni volessi assaltar' quello stato, vi ha più rispetto: tanto che habitandovi, lo può con grandissima difficultà perdere. L'altro miglior' remedio è mandare colonie in uno o in doi luochi che siano quasi le chiavi di quello stato, perche è necessario o far' questo o tenervi assai Gente d'arme et fanterie. Nelle colonie non spende molto il Principe et senza sua spesa, o poca, ve le manda et tiene, et solamente offende coloro a chi toglie li campi et le case per dar'le a nuovi habitatori, che sono una minima parte di quello stato; et quelli che gli offende, rimanendo dispersi et poveri, non gli possono mai nocere; et tutti li altri rimangono da una parte non offesi, et per questo si quietano facilmente, da l'altra, paurosi di non errare, per che non intervenisse loro come a quelli che sono stati spogliati. Conchiudo che queste Colonie non costano, sono più fedeli, offendono meno, et li offesi, essendo poveri et dispersi, non possono nuocere, come ho ditto. Perche si ha a notar' che li huomini si debbono o vezeggiare o spegnere, perche si vendicano de le leggieri offese, de le gravi non possono: sì che l'offesa che si fa a l'huomo deve essere in modo che la non tema la vendetta. Ma tenendovi, in cambio di colonie, Gente d'arme, si spende più assai, havendo a consumare nella guardia tutte l'entrate di quello stato, in modo che l'acquistato gli torna in perdita et offende molto più, perche nuoce a tutto quello stato, tramutando con gli alloggiamenti il suo esercito; del qual' disagio ogniuno ne sente et ciascuno li diventa inimico: et sono inimici che gli posson' nuocere, rimanendo battuti in casa loro. Da ogni parte dunque questa guardia è inutile, come quella delle colonie è utile. Debbe ancora chi è in una provincia disforme, come è detto, farsi capo et difensore de vicini minori potenti, et ingegnarsi di indebolire e più potenti di quella, et guardare che per accidente alcuno non vi entri uno forestiere non meno potente di lui, et sempre interverrà che vi sarà messo da coloro che saranno in quella mal'contenti, o per troppa ambitione o per paura, come si vidde gia che li Etholi missero li Romani in Grecia, et in ogni altra provincia che lor' entrorno, vi furno messi da' provinciali. Et l'ordine della cosa è che, subito che un' forestiere potente entra in una provincia, tutti quelli che sono in essa men' potenti li adheriscono, mossi da una invidia che hanno contro a chi è stato potente sopra di loro, tanto che, rispetto a questi minori potenti, ègli non ha a durare fatica alcuna a guadagnargli, perche subito tutti insieme volentieri fanno massa con lo stato che gli vi ha acquistato. Ha solamente a pensare che non piglino troppe forze et troppa auttorità, et facilmente può con le forze sue et col favor' loro abbassare quelli che sono potenti per rimanere in tutto arbitro di quella provincia, et chi non governarà bene questa parte, perderà presto quello che harà acquistato et, mentre che lo terrà, vi harà drento infinite difficultà et fastidij. I Romani nelle provincie che pigliorno osservaron' bene queste parti et mandoron' le Colonie, intratenerno i men potenti, senza crescer' lor' potentia, abbassorno li potenti et non vi lascioron' prender' reputatione a' potenti forestieri. Et voglio mi basti solo la provincia di Grecia per essempio: furono intrattenuti da loro li Achei et li Etholi, fù abbassato el Regno de Macedoni, funne cacciato Antioco; ne mai li meriti delli Achei o delli Etholi feceno che permettessero loro accrescere alcuno stato, ne le persuasioni di Philippo gl'indussero mai ad esser'li amici senza sbassarlo, ne la potentia di Antioco potè fare li consentissero che tenesse in quella provincia alcuno stato. Perche i Romani ferono in questi casi quello che tutti i Principi savi debbon' fare, li quali non solamente hanno haver' riguardo a li scandoli presenti, ma alli futuri, et a quelli con ogni industria riparare perche, prevedendosi discosto, facilmente vi si può rimediare, ma aspettando che ti s'appressino, la medicina non è più a tempo, perche la malatia è divenuta incurabile; et interviene di questa, come dicono i medici della Ettica, che nel' principio suo è facile a curare, et difficile a conoscere, ma nel' corso del' tempo non l'havendo nel' principio conosciuta, ne medicata, diventa facile a conoscere, et difficile a curare. Così interviene nelle cose del' stato perche, conoscendo discosto (il che non, è dato se non a un' Prudente) i mali che nascono in quello, si guariscon' presto. Ma quando, per non li haver' conosciuti, si lascino crescere in modo che ognuno li conosce, non vi è più rimedio. Pero i Romani, vedendo discosto l'inconvenienti, li rimediorno sempre et non li lasciorno mai seguire per fuggire una guerra, perche sapevano che la guerra non si lieva, ma si differisce con vantaggiò d'altri. Però volsero fare con Philippo, et Antioco guerra in Grecia per non l'hauer' a fare con loro in Italia; et potevano per alhora fuggire et l'una et l'altra: il che non volsero. Ne piacque mai loro quello che tutto dì è in bocca de savi de nostri tempi, godere li beneficij del' tempo, ma bene quello de la virtù et prudentia loro: perche il tempo si caccia innanzi ogni cosa et può condurre seco bene come male, male come bene. Ma torniamo a Francia, et esaminiamo se de le cose dette ne ha fatto alcuna, et parlerò di Luigi, et non di Carlo, come di colui del' quale per haver' tenuto più lunga possessione in Italia si sono meglio visti li suoi andamenti: et vedrete come egli ha fatto il contrario di quelle cose che si debbano fare per tenere uno stato disforme. Il Re Luigi fù messo in Italia da l'ambitione de Vinitiani che volsero guadagnarsi mezo lo stato di Lombardia per quella venuta. Io non voglio biasimare questa venuta, o partito, preso dal' Re perche, volendo cominciare a mettere un' piede in Italia et non havendo in questa provincia amici, anzi esssendoli per li portamenti del Re Carlo serrate tutte le porte, fù forzato prendere quelle amicitie che poteva et sarebbeli riuscito il pensiero ben' preso quando, ne li altri maneggi, non havesse fatto errore alcuno. Acquistata adunque il Re la Lombardia, si riguadagnò subito quella reputatione che li haveva tolta Carlo: Genova cedette; i Fiorentini gli diventorno amici; Marchese di Mantua, Duca di Ferrara, Bentivogli, Madonna di Furlì, Signore di Faenza, di Pesaro, di Rimino, di Camerino, di Piombino, Lucchesi, Pisani, Sanesi, ognuno se li fece incontro per esser' suo amico. Et allhora posserno considerare li Vinitiani la temerità del' partito preso da loro, i quali, per acquistar due terre in Lombardia, fecero Signore il Re di doi terzi d' Italia. Consideri hora uno con quanta poca difficultà posseva il Re tenere in Italia la sua reputatione, se egli hauessi osservate le regole sopradette et tenuti securi et difesi tutti quelli amici suoi. Li quali, per esser gran' numero et deboli et paurosi chi de la Chiesa chi de Vinitiani, erano sempre necessitati a star seco; et per il mezo loro posseva facilmente assicurarsi di chi ci restava grande. Ma egli non prima fù in Milano che fece il contrario, dando aiuto a Papa Alessandro perche egli occupasse la Romagna, ne si accorse, con questa deliberatione, che faceva se debole, togliendosi li amici et quelli che se li erano gittati in grembo, et la Chiesa grande, aggiungendo allo Spirituale (che li da tanta autorità) tanto Temporale. Et fatto un' primo errore fù constretto a seguitare, in tanto che, per por' fine a l'ambitione di Alessandro et per che non divenisse Signor di Toscana, gli fù forza venire in Italia. Et non li bastò haver fatto grande la Chiesa et toltisi li amici che, per volere il Regno di Napoli, lo divise con il Re di Spagna et, dove lui era prima arbitro d' Italia, vi misse un' compagno, accioche li ambitiosi di quella provincia et mal'contenti di lui havessero dove ricorrere; et dove poteva lassare in quello Regno uno Re suo pensionario, ègli ne lo trasse per mettervi uno che potesse cacciare lui. È cosa veramente molto naturale et ordinaria desiderare di acquistare et sempre, quando li huomini lo fanno, che possino, ne saranno laudati o non biasimati; ma quando non possono et vogliono farlo in ogni modo, qui è il biasimo et l'errore. Se Francia adunque con le sue forze poteva assaltare Napoli, doveva farlo; se non poteva, non doveva dividerlo; et se la divisione fece con Vinitiani di Lombardia meritò scusa per haver con quella messo el pie in Italia, questa merita biasimo per non essere scusato da quella necessità. Haveva adunque Luigi fatto questi cinque errori: spenti e minor' potenti; accresciuto in Italia potentia a un' potente; messo in quella un' forestier' potentissimo ; non venuto ad habitarvi ; non vi messo Colonie. Li quali errori ancor, vivendo lui, potevano non l'offendere, se non havesse fatto il sesto, di torre lo stato a Vinitiani. Perche, quando non havesse fatto grande la Chiesa, ne messo in Italia Spagna, era ben' ragionevole et necessario abassarli; ma havendo presi quelli primi partiti, non doveva mai consentire alla rovina loro. Perche, essendo quelli potenti, harebbeno sempre tenuti li altri discosto da la impresa di Lombardia, sì perche i Vinitiani non vi harebbeno consentito senza diventarne Signori loro, sì perche li altri non harebbono voluto torla a Francia per darla a loro; et andarli ad urtare ambedui non harebbono havuto animo. Et se alcun' dicesse il Re Luigi cedè ad Alessandro la Romagna e a Spagna il Regno per fuggire una guerra, rispondo con le ragioni dette di sopra, che non si debba mai lasciar seguire un' disordine per fuggire una guerra, perche ella non si fugge, ma si differisce a tuo disavantagio. Et se alcun' altri allegasseno la fede che il Re haveva data al Papa, di far' per lui quella impresa, per la resolutione del' suo matrimonio et per il Capello di Roano, rispondo con quello che per me di sotto si dirà circa la fede de' Principi, et come si debba osservare.Ha perduto adunque il Re Luigi la Lombardia per non havere osservato alcun' di quelli termini osservati da altri che hanno preso provincie et volutele tenere. Ne è miracolo alcuno questo, ma molto ragionevole et ordinario. Et di questa materia parlai a Nantes con Roano, quando il Valentino (che così vulgarmente era chiamato Cesare Borgia figlio di Papa Alessandro) occupava la Romagna; perche, dicendomi il Cardinale Roano che li Italiani non si intendevano della guerra, io risposi che i Francesi non s'intendevano del' stato, perche, intendendosene, non lascerebbeno venire la Chiesa in tanta grandeza. Et per esperientia s'è visto che la grandeza in Italia di quella et di Spagna è stata causata da Francia, et la rovina sua è proceduta da loro. Di che si cava una regola generale, quale non mai o raro falla, che chi è cagione che uno diventi potente, rovina, perche quella potentia è causata da colui o con industria o con forza, et l'una et l'altra di queste due è sospetta a chi è divenuto potente.  
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        Perche il regno di Dario da Alessandro occupato non si rebellò da li successori di Alessandro doppò la morte sua. Cap .IIII. Considerate le difficultà le quali si hanno in tenere un' stato acquistato di nuovo, potrebbe alcuno maravigliarsi donde nacque che Alessandro Magno diventò Signore de l'Asia in pochi anni et, non l'havendo appena occupata, morì: donde pareva ragionevole che tutto quello stato si rebellassi, nondimeno li successori suoi se lo mantennero et non hebbono, a tenerselo, altra difficultà, che quella che infra loro medesimi per propria ambitione nacque. Rispondo come i Principati de quali si ha memoria si truovano governati in doi modi diversi o per un' Principe et tutti li altri servi, i quali come ministri per gratia et concessione sua aiutano governare quel Regno, o per un' Principe et per Baroni, i quali, non per gratia del' Signore, ma per antichita di sangue tengono quel' grado. Questi tali Baroni hanno stati et sudditi proprij, li quali gli riconoscono per signori et hanno in loro naturale affettione. Quelli stati che si governano per un' Principe et per servi hanno el lor' Principe con più autorità, perche in tutta la sua provincia non è alcuno che riconosca per superiore se non lui ; et s'obediscono alcuno altro lo fanno come a ministro et officiale, et non li portano particulare amore. Li essempi di queste due diversità di governi sono, ne nostri tempi el Turco, et il Re di Francia. Tutta la monarchia del Turco è governata da un' Signore; l'altri sono suoi servi, et distinguendo il suo regno in Sangiacchi, vi manda diversi amministratori et gli muta, et varia come pare a lui. Ma il Re di Francia è posto in mezo d'una moltitudine anticha di Signori riconosciuti da loro sudditi et amati da quelli; hanno le lor preminentie, non le può el Re tor loro senza suo pericolo. Chi considera adunque l'uno et l'altro di questi stati, troverà difficultà nell'acquistare lo stato del' Turco, ma, vinto che fia, è facilità grande a tenerlo. Le cagioni delle difficultà in potere occupare el regno del' Turco sono per non potere lo occupatore esser chiamato da Principi di quel' regno, ne sperare con la rebellione di quelli che gli ha d'intorno poter' facilitare la sua impresa. Il che nasce dalle ragioni sopraddette. Perche esendoli tutti schiavi et obligati si possono con più difficultà corrompere et, quando bene si corrompesseno, se ne può sperare poco utile, non possendo quelli tirarsi drieto i populi per le ragioni assegnate. Onde a chi assalta il Turco è necessario pensare di haverlo a trovare unito et li conviene sperare più nelle forze proprie che ne disordini d'altri. Ma vinto che fusse, et rotto a la campagna in modo che non possa rifare eserciti, non s' ha da dubitare d' altro che del' sangue del Principe; il quale spento, non resta alcuno di chi s' habbia a temere, non havendo gli altri credito co popoli. Et come il vincitore avanti la vittoria non poteva sperare in loro, così non debbe doppò quella temere di loro. El contrario interviene ne Regni governati come è quello di Francìa, perche con facilità puoi entrarvi guadagnandoti alcuno Barone del' Regno, perche sempre si truova de mal' contenti et di quelli che desiderano innovare. Costoro per le ragioni dette, ti possono aprir' la via a quello stato et facilitarti la uittoria, la qual' dapoi, a volerti mantenere, si tira drieto infinite difficultà et con quelli che ti hanno aitato et con quelli che tu hai oppressi. Ne ti basta spegnere il sangue del' Principe, perche vi rimangono quelli Signori che si fanno capi delle nuove alterationi, et non li potendo contentare ne spegnere, perdi quello stato qualunche volta venga l'occasione. Hora se voi considerrette di qual natura di governi era quello di Dario, lo troverete simile al' Regno del' Turco; et però ad Alessandro fù necessario prima urtarlo tutto et torgli la campagna. Doppò la qual' vittoria, essendo Dario morto, rimase ad Alessandro quello stato securo per le ragioni sopra discorse; et li suoi successori, se fussino stati uniti, se lo potevano godere ociosi, ne in quello regno nacqueno altri tumulti che quelli che loro proprij suscitorno. Ma li stati ordinati come quello di Francia è impossibile possederli con tanta quiete. Et di qui nacquono le spesse ribellioni di Spagna, di Francia et di Grecia da' Romani, per li spessi Principati che erano in quelli Stati: de quali mentre che durò la memoria sempre furono i Romani incerti di quella possessione. Ma spenta la memoria di quelli, con la potentia et diuturnita de l'Imperio, ne diventorno securi possessori. Et posserno di poi anche quelli, combattendo tra loro, ciascun' tirarsi drieto parte di quelle Provincie, secondo l'autorità v' haveva preso drentro; et quelle per essere el sangue del' loro antico Signore spento non riconoscevan' altri che i Romani. Considerando adunque queste cose, non si maravigliarà alcuno della facilità ch' ebbe Alessandro a tenere lo stato d' Asia et delle difficultà ch' anno havuto li altri a conservare l' acquistato, come Pyrrho et molti altri; il che non è accaduto da la poca o molta Virtú del' vincitore, ma da la disformità del suggetto.  
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        In che modo siano da governare le Città, o Principati, quali, prima che occupati fussino, vivevono con le loro Leggi. Cap .V. Quando quelli stati che s'acquistano, come è detto, son' consueti a vivere con le lor' leggi et in libertà, a volerli tenere ci son' tre modi. Il primo è rovinare. L'altro andarvi ad habitare personalmente. Il terzo lasciarli vivere con le sue leggi, tirandone una pensione et creandovi drento uno stato di pochi, che te lo conservino amico: perche, essendo quello stato creato da quel' Principe, sa che non può stare senza l'amicitia et potentia sua, et ha da fare el tutto per mantenerlo; et più facilmente si tiene una Città usa a viver' libera con il mezo de suoi Cittadini che in alcuno altro modo, volendola preservare. Sonoci per essempio gli Spartani, et li Romani. Li Spartani tenerno Athene, et Thebe creandovi uno stato di pochi, nientedimeno le perderono. I Romani per tenere Capua, Carthagine et Numantia, le disfecero, et non le perderono. Volser' tener' la Grecia quasi come tennero li Spartani, facendola libera et lasciandoli le sue leggi, et non successe loro, in modo che furon' constretti disfar' molte Città di quella Provincia per tenerla: perche in verità non c'è modo sicuro a possederle, altro che la rovina. Et chi divien' padrone d'una Città consueta a viver' libera et non la disfaccia, aspetti d' essere disfatto da quella: perche sempre ha per refugio nella rebellione, el nome della libertà et li ordini antichi suoi, li quali ne per longheza di tempo ne per benificij mai si scordano; et per cosa si faccia, o si provegga, se non si dis'uniscono o dissipano li habitatori, non si dimentica quel' nome ne quelli ordini, ma subito in ogni accidente vi si ricorre; come fè Pisa doppò tanti anni ch' ella era stata posta in servitù da Fiorentini. Ma quando le Città o le Provincie sono use a vivere sotto un' Principe et quel' sangue sia spento, essendo da una parte use ad obedire, da l'altra, non havendo il Principe vecchio, farne un' infra loro non s' accordano, vivere liberi non sanno, di modo che sono più tardi ad pigliar' l'armi et con più facilità se li può un' Principe guadagnare, et assicurarsi di loro. Ma nelle Republiche è maggior' vita, maggior' odio, più desiderio di vendetta, ne gli lassa, ne può lassare riposare la memoria della anticha libertà, tal' che la più sicura via è spegnerle, o habitarvi.  
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        De principati nuovi che con le proprie armi et Virtù s'acquistano. Cap .VI. Non si maravigli alcuno se nel' parlar' ch' io farò de Principati al tutto nuovi et di Principe et di Stato io addurrò grandissimi essempi. Perche, caminando li huomini quasi sempre per le vie battute da altri et procedendo nelle attioni loro con le imitationi, ne si potendo le vie d'altri al tutto tenere, ne a la Virtù di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe uno huomo prudente entrare sempre per vie battute da huomini grandi et quelli che sono stati eccellentissimi imitare, accioche se la sua Virtù non v'arriva, almeno ne renda qualche odore, et far' come li Arcieri prudenti a quali parendo il luoco dove disegnano ferire troppo lontano, et conoscendo fino a quanto arriva la Virtù de loro arco, pongon' la mira assai più alto ch' il luoco destinato, non per aggiungnere con la lor' forza o freccia a tanta alteza, ma per potere con l'aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro. Dico adunque che ne Principati in tutto nuovi, dove sia un' nuovo Principe, si truova più et meno difficultà mantenerli secondo che più o meno virtuoso è colui che gli acquista. Et perche questo evento di diventar' di privato Principe presuppone o Virtù o Fortuna, pare che l'una o l'altra di queste due cose mitighino in parte molte difficultà. Nondimanco colui che è stato manco in su la Fortuna s'e mantenuto più. Genera ancora facilita l'esser' il Principe constretto, per non haver' altri stati, venir'vi personalmente ad habitare. Ma per venire a quelli che per propria Virtù,et non per Fortuna son' diventati Principi, dico che li più eccellenti sono Moise, Cyro, Romulo, Theseo et simili. Et benche di Moise non si debbe ragionare essendo stato un' mero essecutor' delle cose che li erano ordinate da Dio, pure merita d' esser' admirato solamente per quella gratia che lo faceva degno di parlar' con Dio. Ma considerando Cyro et gli altri che hanno acquistato o fondato regni, si troveranno tutti mirabili; et se si considereranno le attioni et ordini loro particulari, non paranno differenti da quelli di Moise ch' egli hebbe sì gran' precettore. Et esaminando l' attioni et vita loro, non si vedrà che quelli havessino altro da la Fortuna che l' Occasione, la quale dette loro Materia di potervi introdurre quella Forma che a lor' parse; et senza quella Occasione la Virtù dell'animo loro si saria spenta, et senza quella Virtù l'Occasione sarebbe venuta in vano. Era adunque necessario a Moise trovar' el Populo d'Israel in Egytto stiavo et oppresso dagli Egyttij, accioche quelli, per uscire di servitù, si disponessino a seguirlo. Conveniva che Romulo non capesse in Alba, fusse stato esposto al' nascer', suo, a voler' che diventasse Re di Roma et fondator' di quella patria. Bisognava che Cyro trovasse i Persi mal'contenti de l' Imperio de Medi, et li Medi molli et effeminati per la longa pace. Non poteva Theseo dimostrare la sua Virtù, se non trovava li Atheniesi dispersi. Queste occasioni per tanto fecion' questi huomini felici et l'eccellente Virtù loro fè quella Occasione esser' conosciuta: donde la lor' patria ne fù nobilitata et diventò felicissima. Quelli i quali per vie Virtuose simil' a costoro diventano Principi, acquistano il principato con difficultà, ma con facilità lo tengono; et le difficultà che hanno ne l'acquistare el principato nascono in parte da nuovi ordini et modi che son' forzati introdurre per fondar' lo stato loro et la loro sicurta. Et debbesi considerare come non è cosa più difficile a trattar' ne più dubia a riuscire ne più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurr' nuovi ordini. Perche l'introduttor' ha per nimici tutti colloro che degli ordini vecchi fanno bene, ha tiepidi defensori tutti quelli de che gli ordini nuovi farebbon' bene. La qual' tepideza nasce parte per paura de gli aversarij, che hanno le leggi in beneficio loro, parte dalla incredulità de gli huomini, i quali non credono in verita una cosa nuova, se non ne veggono nata esperientia ferma. Donde nasce che qualunche volta quelli che sono nimici hanno occasion' d'assaltare lo fanno partialmente et quegli altri difendono tepidamente: in modo che insieme con loro si periclita. E necessario per tanto, volendo discorrere ben' questa parte, esaminare se questi innovatori stanno per lor' medesimi o se dependano da altri, cioè se per condurre l'opera loro bisogna che preghino o vero possono forzare. Nel' primo caso, capitan' sempre male et non conducon' cosa alcuna, ma quando dependon' da loro proprij et posson' forzare, allhora è che rare volte periclitano. Di qui nacque che tutti li Propheti armati vinsono et li disarmati rovinorono. Perche, oltra le cose dette, la natura de populi è varia et è facile a persuadere loro una cosa. Ma è difficile fermarli in quella persuasione. Et però conviene essere ordinato in modo che, quando non credon' più, si possa far' lor' creder' per forza. Moyse, Cyro, Theseo, et Romulo non harebbon' possuto fare osservar' lungamente le lor' constitutioni, se fusseno stati disarmati, come ne nostri tempi intervenne a Frate Girolamo Savonarola, il qual' rovinò ne suoi ordini nuovi, come la moltitudine cominciò a non crederli, et lui non haveva el modo da tener' fermi quelli che havevan' creduto ne a far' creder' i discredenti. Però questi tali hanno nel' condursi gran' difficultà et tutti e lor' pericoli son' tra via et convien' che con la Virtù gli superino; ma superati che gli hanno et che cominciano a essere in veneratione, havendo spenti quelli che di sua qualità gli havevano invidia, rimangon' potenti, securi, honorati et felici. A sì alti essempli io voglio aggiugnere un' essempio minore, ma ben' hara qual'che proportione con quelli, et voglio mi basti per tutti l'altri simili, et questo è Hierone Siracusano. Costui di privato diventò Principe di Siracusa, ne ancor' lui cognobbe altro da la Fortuna che l' occasione, perche essendo li Siracusani oppressi l'elessono per lor' Capitano donde meritò d' esser' fatto lor' Principe. Et fù di tanta Virtù ancora in privata Fortuna, che chi ne scrive dice che niente gli mancava a regnare eccetto il Regno. Costui spense la militia vecchia, ordinò la nuova; lasciò le amicitie antiche prese delle nuove; et come hebbe amicitie et soldati che fusser' suoi, possette insù tal' fondamento edificare ogni edificio, tanto che lui durò assai fatica in acquistare et poca in mantenere.  
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        De principati nuovi che con forze d'altri et per Fortuna s'acquistano Cap .VII.Coloro i quali solamente per Fortuna diventano di privati Principi, con poca fatica diventano ma con assai si mantengono; et non hanno difficultà alcuna tra via, perche vi volano. Ma tutte le difficultà nascono dapoi vi son' posti. Et questi tali sono quelli a chi è concesso alcuno stato o per denari o per gratia di chi lo concede, come intervenne a molti in Grecia nelle Città di Ionia et del' Ellesponto, dove furon' fatti Principi da Dario, acciò le tenessero per sua sicurtà et gloria; come erano ancora fatti quelli Imperadori che, di privati, per corruttion' de soldati pervenivano allo Imperio. Questi stanno semplicemente in sù la volontà et Fortuna di chi gli ha fatti grandi, che son' due cose volubilissime et instabili, et non sanno et non possan' tenere quel' grado. Non sanno, perche, se non è huomo di grande ingegno et virtù, non è ragionevole che essendo sempre vissuto in privata fortuna sappia comandare. Non possono, perche non hanno forze che gli possino essere amiche et fedeli. Dipoi li stati che vengon' subito, come tutte l'altre cose de la natura che nascono et crescon' presto, non possono haver' le radici et correspondentie loro in modo ch' el primo tempo adverso non le spenga; se gia quelli tali, com' è detto, che sì in un' subito son' diventati Principi non son' di tanta virtù che quello che la fortuna ha messo loro in grembo sappino subito prepararsi a conservare, et quelli fondamenti che gli altri han' fatti avanti che diventino Principi, li faccino poi. Io voglio a l'uno et l'altro di questi modi circa il' diventar' Principe per virtù o per fortuna, addurre doi essempi stati ne dì della memoria nostra: Questi sono Francesco Sforza et Cesare Borgia. Francesco, per li debitì mezi et con una gran virtù, di privato diventò Duca di Milano, et quello che con mille affanni haveva acquistato, con poca fatica mantenne. Da l'altra parte, Cesare Borgia (chiamato dal' vulgo Duca Valentino) acquistò lo stato con la fortuna del' padre et con quella lo perdette, non ostante che per lui' s'usasse ogni opera et facessensi tutte quelle cose che per un' prudente et virtuoso huomo si devevan' fare per metter' le radici sue in quelli stati che l'armi et fortuna d'altri gli haveva concesse. Perche, come di sopra si disse, chi non fa i fondamenti prima, gli potrebbe con una gran' virtù fare di poi, ancor' che si faccino con disagio de l'architettore et pericolo de lo edifitio. Se adunque si considera tutti i progressi del' Duca si vedrà quanto lui havesse fatto gran' fondamenti a la futura potentia, li quali non giudico superfluo discorrere perche io non saprei quai preccetti mi dar' migliori a un' Principe nuovo che lo essempio de l'attioni sue, et se gli ordini suoi non gli giovorno, non fù sua colpa, perche nacque da una straordinaria et estrema malignità di Fortuna. Haveva Alessandro Sesto, nel' voler' far' grande el Duca suo figlio, assai difficultà presenti, et future. Prima non vedeva via di poterlo far' Signor' d'alcuno stato, che non fusse stato di Chiesa; et volgendosi a torre quel' della Chiesa, sapeva ch' el Duca di Milano et i Vinitiani non gliel' consentirebbeno, perche Faenza, et Rimino eran' già sotto la protettion' de Vinitiani. Vedeva oltre a questo l'armi d'Italia, et quelle in spetie di chi si fusse possuto servire, esser' ne le mani di coloro che dovevan' temer' la grandeza del' Papa; et però non se ne poteva fidare, essendo tutte ne gli Orsini, et Colonnesi et lor' sequaci. Era adunque necessario che si turbassero quelli ordini et disordinare gli stati d' Italia, per potersi insignorir' securamente di parte di quelli. Il che gli fù facile, perche trovò Vinitiani che, mossi d' altre cagioni, s' eran' volti a far' ripassar' i Francesi ìn Italia: il che non solamente non contradisse, ma fece più facile con la resolutione del' matrimonio antico del' Re Luigi. Passò adunque il Re in Italia con lo aiuto de' Vinitiani et consenso d'Alessandro, ne prima fù in Milano che il Papa hebbe da lui gente per l' impresa di Romagna, la qual' gli fù consentita per la reputatione del' Re. Acquistata adunque il Duca la Romagna et battuti i Colonnesi, volendo mantenere quella et procedere più avanti, l' impedivano dua cose: l'una l' armi sue che non gli parevano fedeli, l'altra la volunta di Francia; cioè temeva che l'armi Orsine, de le quali s' erà servito, non gli mancassen' sotto et non solamente gl'impedisseno l'acquistare ma li togliesseno l'acquistato, et che il Re ancora non gli facesse il simile. Degli Orsini n'hebbe un' riscontro quando, doppò la espugnatione di Faenza, assaltò Bologna, che gli vidde andar' freddi in quello assalto. Et circa el Re conobbe l' animo suo, quando, preso el Ducato d'Urbino assaltò la Toscana, da la quale impresa il Re lo fece desistere. Onde che il Duca deliberò non dependere più da la Fortuna et armi d'altri. Et la prima cosa, indebilì le parti Orsine et Colonnesi in Roma, perche tutti li adherenti loro, che fussino gentilhomini, si guadagnò, facendoli suoi gentilhomini et dando loro gran' provisioni, gli honorò secondo lor' qualità di condotte et di governi, in modo che in pochi mesi negli animi loro l'affettione de le parti si spense et tutta si volse nel' Duca. Doppò questo, aspettò l' occasione di spegnere gli Orsini, havendo dispersi quelli di casa Colonna: la qual' gli venne bene, et lui l'usò meglio. Perche, avvedutisi gli Orsini tardi che la grandeza del' Duca et de la Chiesa era la lor' ruina, fecero una dieta a la Magione nel' Perugino: da quella nacque la rebellione d'Urbino et li tumulti di Romagna et infiniti pericoli del' Duca, li quali superò tutti con l'aiuto de Francesi. Et ritornatoli la reputatione ne si fidando di Francia ne d'altre forze esterne, per non le havere a cimentare si volse agl' inganni, et seppe tanto dissimulare l'animo suo che gli Orsini, mediante el Signor' Pauolo, si riconciliorno seco, con il quale il Duca non mancò d'ogni ragione d'officio per assicurarlo, dandoli Veste, denari et Cavalli, tanto che la simplicità loro gli condusse a Sinigaglia nelle sue mani. Spenti adunque questi capi et ridotti li partigiani lor' amici suoi, haveva il Duca gittato assai buoni fondamenti ala potentia sua, havendo tutta la Romagna con el Ducato d' Urbino et guadagnatosi tutti quelli populi per haver' incominciato a gustare il bene esser' loro. Et perche questa parte è degna di notitia et da esser' imitata d'altri, non voglio lasciar'la in drieto. Preso che hebbe il Duca la Romagna, trovandola esser' stata comandata da Signori impotenti, quali più presto havevano spogliato i lor' sudditi che correttoli, et dato lor' più materia di disunione, non d'unione, tanto che quella provincia era piena di latrocinij, di brighe et d'ogni altra sorte d'insolentia, giudicò necessario a volerla ridurre pacifica et obediente al braccio Regio, darli un' buon' Governo. Però vi propose Misser' Remiro d' Orco, huomo crudele et espedito, al qual' dette pienissima potestà. Costui in breve tempo la ridusse pacifica et unita con grandissima reputatione. Dipoi giudicò il Duca non esser' a proposito sì eccessiva autorità, perche dubitava non diventasse odiosa, proposivi un' iudicio Civile nel' mezo della provincia con un' presidente eccellentissimo, dove ogni Città haveva l' avvocato suo. Et perche conosceva le regorosità passate haverli generato qualche odio, per purgar' gli animi di quelli Popoli et guadagnarseli in tutto, volse mostrare che, se crudeltà alcuna era seguita, non era nata da lui ma da l' acerba natura del' ministro. Et preso sopra questo occasione, lo fece mettere una mattina in doi pezi a Cesena in sù la piaza con un' pezo di legno et un' coltello sanguinoso a canto: la ferocità del' qual' spettacolo fece quelli popoli in un' tempo rimanere' satisfatti et stupidi. Ma torniamo donde noi partimo. Dico che trovandosi il Duca assai potente et in parte assicurato de presenti pericoli, per essersi armato a suo modo et haver' in buona parte spente quelli armi che vicine lo potevano offendere, li restava, volendo procedere con l'acquisto, el respetto di Francia. Perché conosceva che dal' Re, il qual' tardi s'era avveduto del' error' suo, non gli sarebbe sopportato. Et cominciò per questo a cercare amicitie nuove et vacillar' con Francia, ne la venuta che feceno i Francesi verso il Regno di Napoli contro a li Spagnoli che assediavon' Gaeta. Et l'animo suo era di assicurarsi di loro, il che gia saria presto riuscito, se Alessandro viveva. Et questi furon' i governi suoi circa le cose presenti. Ma quanto alle future, lui haveva da dubitar' prima che un' nuovo successor' alla Chiesa non li fusse amico et cercassi torgli quello che Alessandro gli haveva dato. Et pensò farlo in quattro modi. Prima, con spegner' tutti i sangui di quelli Signori che lui haveva spogliato, per torre al' Papa quelle occasioni. Secondo, con guadagnarsi tutti i gentilhuomini di Roma per poter' con quelli, et come è detto, tenere el Papa in freno. Terzo, con ridurre il Collegio più suo che poteva. Quarto, con acquistar' tanto Imperio, avanti che' l Papa morisse, che potesse per se medesimo resister' ad un' primo impeto. Di queste quattro cose, a la morte d' Alessandro n'haveva condotte tre, la quarta haveva quasi per condotta. Perche de signori spogliati ne amazò quanti ne potè aggiugnere et pochissimi si salvorono. I gentilhuomini Romani s' haveva guadagnato. Et nel' Collegio haveva grandissima parte. Et quanto al' nuovo acquisto, haveva disegnato diventar' Signor' di Toscana et possedeva già Perugia et Piombino, et di Pisa haveva presa la protettione. Et come non havessi havuto haver' respetto a Francia, che non glien'haveva d'havere più, per esser' già i Francesi spogliati del' Regno di Napoli dali Spagnuoli, in forma che ciascuno di loro era necessitato di comperar' l'amicitia sua, saltava in Pisa. Doppò questo, Lucca et Siena cedeva subito, parte per invidia de Fiorentini et parte per paura. I Fiorentini non havevan' rimedio. Il che se li fusse riuscito, che gli riusciva l'anno medesimo che Alessandro morì, s' acquistava tante forze et tanta reputatione che per se stesso si sarebbe retto, senza dependere da la Fortuna o forza d'altri, ma solo da la potentia et virtù sua. Ma Alessandro morì doppò cinque anni ch'egli haveva incominciato a trarre fuore la spada, lasciollo con lo stato di Romagna solamente assolidato, con tutti gli altri in aria, intra doi potentissimi eserciti inimici, amalato a morte. Et era nel' Duca tanta ferocia et tanta virtù, et sì ben' conosceva come gli huomini s' habbino a guadagnare o perdere, et tanto eron' validi li fondamenti che in sì poco tempo s'haveva fatti, che se non havesse havuto quelli eserciti adosso o fusse stato sano, harebbe retto a ogni difficultà. Et che li fondamenti suoi fussin' buoni, si vidde: che la Romagna l' aspettò più d'un' mese; in Roma, ancora che mezo morto stette securo, et benche i Baglioni, Vitelli et Orsini venissero in Roma, non hebbon' seguito contro di lui; poté far', se non chi egli volle, almeno che non fusse Papa chi egli non voleva. Ma se ne la morte di Alessandro fusse stato sano, ogni cosa gli era facile. Et lui mi disse, ne dì che fù creato Iulio secondo, che haveva pensato a tutto quello che potessi nascere, morendo el padre, et a tutto haveva trovato rimedio, eccetto che non pensò mai, in sù la sua morte, di star' ancor' lui per morire. Raccolto adunque tutte queste attioni del' Duca, non saprei riprenderlo, anzi mi par' (com' io ho fatto) di preporlo ad imitar' a tutti coloro che per Fortuna et con l'armi d'altri son' saliti a l'Imperio; perche lui, havendo l'animo grande et la sua intention' alta, non si poteva governare altrimenti et solo si oppose alli suoi disegni la brevità della vita d'Alessandro et la sua infirmità. Chi adunque giudica necessario nel' suo Principato nuovo assicurarsi de gli nimici, guadagnarsi amici, vincere o per forza o per fraude, farsi amare et temer' da popoli, seguire et riverire da soldati, spegner' quelli che ti possono o debbono offendere, innovar' con nuovi modi gli ordini antichi, esser' severo et grato, magnanimo et liberale, spegner' la militia infidele, crear' de la nuova, mantenersi l'amicitie de' Re et de li Principi, in modo che ti habbino a benificare con gratia o a offendere con rispetto, non può truovar' più freschi essempi che l' attioni di costui. Solamente si può accusarlo ne la creation' di Iulio secondo, ne la quale lui hebbe mala elettione. Perche, come è detto, non possendo fare un' Papa a suo modo poteva tenere che uno non fusse Papa, et non doveva acconsentir' mai al' Papato di quelli Cardinali, che lui havessi offesi o che diventati Pontifici havessino ad haver' paura, di lui. Perche gli huomini offendono o per paura o per odio. Quelli che lui haveva offesi eron', tra gli altri, San Pietro ad vincula, Colonna, San Giorgio, Ascanio. Tutti gli altri assunti al Pontificato havevan' da temerlo, eccetto Roano et gli Spagnoli. Questi per coniuntione et obligo, quello per potentia, havendo congiunto seco il Regno di Francia. Per tanto il Duca innanzi ad ogni cosa doveva crear' Papa uno Spagnuolo, et, non potendo, deveva consentire che fusse Roano et non San' Pietro ad vincula. Et chi crede che nè personaggi grandi i benificij nuovi faccino dimenticare l'ingiurie vecchie s'inganna. Errò adunque il Duca in questa elettione, et fù cagion' de l'ultima rovina sua.  
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        Di quelli che per sceleratezze sono pervenuti al' Principato. Cap .VIII. Ma perche di privato si diventa ancora in dui modi Principe il che non si può al tutto o a la fortuna o a la virtù attribuire, non mi par' da lasciar'li indrieto, ancora che de l'uno si possa più diffusamente ragionare, dove si trattasse de le Republiche. Questi sono quando o per qualche via scelerata et nefaria s'ascende al' Principato, o quando un' privato cittadino con el favore de l'altri suoi cittadini diventa Principe de la sua patria. Et parlando del' primo modo si mostrerà con dui essempi, l'uno anticho, l'altro moderno, senza entrare altrimenti ne meriti di questa parte, perche io giudico che bastino a chi fusse necessitato imitarli. Agathocle Siciliano, non solo di privata ma d'infima et abietta fortuna, divenne Re di Siracusa. Costui nato d' uno orciolaio tenne sempre per i gradi della sua fortuna vita scelerata. Nondimanco accompagnò le sue scelerateze con tanta virtù d' animo et di corpo che, voltosi a la militia, per li gradi di quella pervenne a esser' pretor di Syracusa. Nel' qual' grado essendo constituto, et havendo deliberato voler' diventar' Principe et tener' con violenza et senza obligo d' altri quello che d'accordo gli era stato concesso, et havuto di questo suo disegno intelligentia con Amilcare Carthaginese, il quale con gli eserciti militava in Sicilia, congregò una mattina il Popolo et il Senato di Syracusa come s'egli havessi havuto a deliberare cose pertinenti a la Republica. Et a un' cenno ordinato fece da suoi soldati uccidere tutti li Senatori et li più ricchi del' Popolo; li quali morti, occupò et tenne il Principato di quella Città senza alcuna controversia civile. Et benche da i Carthaginesi fusse due volte rotto et ultimamente assediato, non solamente poté difendere la sua Città, ma, lasciata parte de la sua gente a la difesa di quella, con l'altre assaltò l'Affrica et in breve tempo libero Syracusa da l' assedio et condusse i Carthaginesi in estrema necessità, quali furno necessitati ad accordarsi con quello a essere contenti della possessione de l' Affrica, et ad Agathocle lasciar' la Sicilia. Chi considerasse adunque l'attioni et virtù di costui, non vedria cose, o poche, le quali possa attribuire a la Fortuna, conciosia che, come disopra è detto, non per favore d'alcuno ma per li gradi de la militia, quali con mille disagi et pericoli si haveva guadagnato, pervenisse al Principato, et quello di poi con tanti animosi partiti et pericolosi mantenesse. Non si può chiamare ancor' virtù amazare li suoi Cittadinì, tradir' gli amici, esser' senza fede, senza pietà, senza religione, li quali modi posson' far' acquistar' Imperio ma non gloria. Perche se si considerasse la virtù de Agathocle ne l'intrar' et nel' uscir' de pericoli et la grandeza de l' animo suo nel' supportar' et superar' le cose adverse, non si vede perche egli habbi ad esser' tenuto inferiore a qual' si sia eccellentissimo Capitano. Nondimanco la sua efferata crudeltà, et inhumanità con infinite scelerateze non consentono che sia intra li eccellentissimi huomini. Non si può adunque attribuire a la Fortuna, o a la Virtù quello che senza l'una, et l'altra fù da lui conseguito. Ne tempi nostri regnante Alessandro Sesto, Oliverotto da Fermo, essendo più anni adrieto rimaso piccolo, fù da un' suo zio materno, chiamato Giovanni Fogliani, allevato, et ne primi tempi de la sua gioventù dato a militare sotto Pauol' Vitelli, accioche, ripieno di quella disciplina, pervenisse a qualche grado eccellente di militia. Morto di poi Pauolo, militò sotto Vitellozo, suo fratello, et in brevissimo tempo, per esser' ingenioso et de la persona et de l' animo gagliardo, diventò de primi huomini de la sua militia. Ma parendoli cosa servile lo stare con altri, pensò con l'aiuto d'alcuni citttadini di Fermo, a quali era più cara la servitù che la libertà de la lor' patria, et con il favor' Vitellesco, d'occupar' Fermo. Et scrisse a Giovan' Fogliani come, essendo stato più anni fuor' di casa, voleva venir' a veder' lui et la sua Città, et in qualche parte riconoscere il suo patrimonio; et perche non s' era affaticato per altro che per acquistar' honore, accioche i suoi Cittadinì vedessino come non haveva speso il tempo invano, voleva venir' honorevolemente et accompagnato da cento cavagli di suoi amici et servidori, et pregavalo che fusse contento ordinare che da Firmani fusse ricevuto honoratamente, il che non solamente truovava honore a lui, ma a se proprio, essendo suo allievo. Non mancò per tanto Gíovani d'alcuno officio debito verso il nipote, et, fattolo ricever' honoratamente da Firmani, alloggiò ne le case sue ; dove, passato alcun' giorno et atteso a ordinar' quello che alla sua futura scelerateza era necessario, fece un' convito solennissimo, dove invitò Giovan' Fogliani et tutti li primi huomini di Fermo. Et havuto che hebbero fine le vivande et tutti li altri intrattenimenti che in simili conviti si fanno, Oliveroto ad arte mosse certi ragionamenti gravi, parlando de la grandeza di Papa Alessandro et di Cesare suo Figlio et de l' imprese loro, a li quali ragionamenti rispondendo Giovani et gl'altri, egli a un' tratto si rizò, dicendo quelle esser' cose da parlarne in più secreto luogo, et ritirosi in una camera dove Giovani et tutti gli altri Cittadini gli andorono drieto. Ne prima furon' posti a sedere che de luoghi secreti di quella usciron' soldati che amazoron' Giovanni et tutti gli altri. Doppò il quale homicidio montò Oliverotto a cavallo et corse la terra et assediò nel' palazo il supremo Magistrato, tanto che per paura furon' constretti obedirlo et fermar' un' governo del' quale si fece Principe; et morti tutti quelli che per esser' mal'contenti lo potevano offendere, si corroborò con nuovi ordini civili et militari in modo che, in spatio d'uno anno che tenne il Principato, non solamente lui era securo ne la Città di Fermo, ma era diventato formidabil' a tutti li suoi vicini. Et sarebbe stata la sua espugnatione difficile, come quella di Agatocle, se non si fusse lasciato ingannar' da Cesar' Borgia, quando a Sinigaglia, come di sopra si disse, prese gli Orsini,et Vitelli, dove, preso ancor' lui un' anno doppo el comesso partricidio, fù insieme con Vitellozo (el quale haveva havuto maestro de le virtù et scelerateze sue) strangolato. Potrebbe alcun' dubitare donde nascesse che Agatocle, et alcun' simile, doppò infiniti tradimenti et crudeltà, potette viver' longamente sicuro ne la sua patria et difendersi dagli nimici esterni, et da suoi Citttadini non gli fù mai conspirato contra: con cio sia che molti altri, mediante la crudeltà, non habbin' mai possuto ancor' ne tempi pacifici mantenere lo stato, non che ne tempi dubiosi di guerra ? Credo che questo avvenga da le crudeltà male o bene usate; ben' usate si posson' chiamar' quelle (se del' male è lecito dir' bene) che si fanno una sol' volta per necessità de l' assicurarsi, et di poi non vi s' insiste drento, ma si convertiscono in più utilità de sudditi che si può. Le male usate son' quelle, quali, ancora che da principio sien' poche, crescon' più tosto col' tempo che le si spenghino, Coloro che osservaranno quel' primo modo, possono con Dio et con li huomini al' stato suo havere qual'che rimedio, come hebbe Agatocle. Quelli altri è impossibile che si mantenghino. Onde è da notare che, nel pigliar' uno stato, debbe l'occupatore d'esso discorrere et far' tutte le crudeltà in un' tratto, et per non havere a ritornarvi ogni dì et per poter', non l'innovando, assicurar' li huomìni et guadagnarseli con benificarli. Chi fa altrimenti, o per timidità o per mal' consiglio, è sempre necessitato tenere el coltello in mano ne mai si può fondare sopra i suoi sudditi, non si potendo quelli, per le continue et fresche ingiurie, assicurar' di lui. Perche l' ingiurie si debbon' far' tutte insieme, accioche, assaporandosi meno, offendin' meno; i beneficij si debbon' far' a poco a poco, accio che si àsaporin' meglio. Et deve sopra tutto un' Principe viver' con li suoi sudditi in modo che nessuno accidente o di male o di bene lo habbia a far' variar'; perche, venendo per li tempi adversi la necessità, tù non sei a tempo al' male, et il ben' che tù fai non ti giova perche è giudicato forzato, et non grado alcuno ne riporti.  
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        Del principato civile Cap .IX. Ma venendo a l'altra parte, quando un' Principe Cittadino, non per scelerateza o altra intollerabil' violentia, ma col' favor' de gli altri suoi Cittadini diventa Principe de la sua patria, il qual' si può chiamar' Principato civile, ne al pervenirvi è necessario o tutta Virtù o tutta fortuna, ma più presto una astutia Fortunata, dico che s'ascende a questo principato o col' favor' del' Popolo o col' favor' de grandi. Perche in ogni Città si truovano questi doi humori diversi, et nascon' da questo che il Popolo desidera non esser' comandato ne oppresso da grandi, et i grandi desiderano comandare et opprimere il Popolo, et da questi doi appetiti diversi surge ne le Città uno de tre effetti o principato o libertà o licentia. El Principato è causato o dal' popolo o da grandi, secondo che l'una o l'altra di queste parti n' ha l'occasione, perche, vedendo i grandi non poter' resistere al' Popolo, cominciono a voltar' la reputatione ad un' di loro et lo fan' Principe, per poter' sotto l' ombra sua sfogar' l' appetito loro. El popolo ancora volta la reputatione a un' solo, vedendo non potere resistere alli grandi, et lo fa Principe per esser' con l'autorità sua difeso. Colui che viene al Principato con l' aiuto de grandi, si mantiene con più difficultà che quello che diventa con l' aiuto del' Popolo, perché si truova Principe con di molti intorno, che a loro pare esser' equali a lui, per questo non gli può ne maneggiare ne comandar' a suo modo. Ma colui che arriva al' Principato col' favor' Popolare, vi si truova solo et ha intorno o nessuno o pochissimi che non sien' parati a obedire. Oltre a questo non si può con honestà satisfare a grandi, et senza ingiuria d'altri, ma sì bene al Popolo, perche quel' del' Popolo è più honesto fine che quel' de grandi, volendo questi opprimere et quello non esser' oppresso. Aggiungesi ancora che, del' Popolo inimico, il Principe non si può mai assicurare, per esser' troppi; de grandi si può assicurar', per esser' pochi. Il peggio che possa aspettar' un' Principe, dal' Popolo inimico, è l' essere abbandonato da lui; ma da grandi inimici, non solo debbe temer' d'esser' abbandonato, ma che ancor' lor' gli venghino contro, perche, essendo in quelli più vedere et più astutia, avanzan' sempre tempo per salvarsi et cercan' gradi con quello che speran' che vinca. È necessitato ancora il Principe viver' sempre con quel' medesimo Popolo: ma può ben far' senza quelli medesimi grandi, potendo farne et disfarne ogni dì et torre et dare quando gli piace reputation' loro. Et per chiarir' meglio questa parte, dico come i grandi si debbono considerare in doi modi principalmente: cioè si governono in modo col' proceder' loro che s' obligano in tutto a la tua fortuna, o no. Quelli che s'obligano et non sien' rapaci, si debbono honorare et amare. Quelli che non s'obligano, s'hanno ad considerare in doi modi o fanno questo per pusilanimità et defetto naturale d'animo, àlhora ti debbi servir' di loro, et di quelli, massime, che sono di buon' consiglio, perche ne le prosperità te n'honori et ne l'adversità non hai da temere. Ma quando non s'obligano ad arte et per cagion' ambitiosa, è segno come e pensano più a se che a te: et da quelli si deve il Principe guardare, tener'gli come se fusseno scoperti inimici, perche sempre ne l' adversità l'aiuteran' rovinare. Debbe per tanto uno che diventa Principe per favor' del' Popolo mantenerselo amico, il che gli fia facile, non domandando lui se non di non esser' oppresso. Ma uno che contro il Popolo diventi Principe col' favore de grandi, deve innanzi a ognaltra cosa cercar' di guadagnarsi il Popolo, il che gli fia facile quando pigli la protettion' sua. Et perche gli huomini, quando hanno bene da chi credono haver' male, s'obligano più al beneficator' loro, diventa il Popolo suddito più suo benivolo che se si fusse condotto al' Principato per li suoi favori. Et puosselo il Principe guadagnar' in molti modi li quali perche variano secondo el suggeto, non se ne può dar' certa regola, però si lasceranno indietro. Concluderò solo, che ad un' Principe è necessario havere amico el Popolo, altrimenti non ha ne l' adversità rimedio. Nabide Principe de li Spartani sostenne l'ossidione di tutta Grecia, et d'uno esercito Romano vittoriosissimo, et difese contro a quelli la patria sua et il suo stato, et gli bastò solo, soprevenendo il pericolo, assicurarsi di pochi, che se gli havessi havuto il popolo inimico, questo non li bastava. Et non sia alcuno che repugni a questa mia opinione con quel' proverbio trito, che chi fonda in sul' Popolo, fonda in sul' fango, perche quello è vero quando un' Cittadin' privato vi fa sù fondamento et dassi ad intendere che' el popol' lo liberi, quando esso fussi oppresso da gli inimici o da magistrati. In questo caso si potrebbe trovare spesso ingannato, come intervenne in Roma a Gracchi et in Firenze a Messer Giorgio Scali. Ma essendo un' Principe quello che sopra vi si fondi, che possa comandare et sia un' huomo di cuore, ne si sbigottischa ne l' adversità, et non manchi de le altre preparationi, et tenga con l' animo et ordini suoi animato l'universale, non si truoverà ingannato da lui et gli parrà haver' fatti i suoi fondamenti buoni; Sogliono questi Principati periclitare, quando sono per salire da l'ordin' civile allo assoluto. Perche questi Principi o comandano per lor' medesimi o per mezo di magistrati; ne l' ultimo caso è più debile et più pericoloso lo stato loro, perche gli stanno al tutto con la volonta di quelli Cittadini, che son' proposti a magistrati, li quali, massimamente ne tempi adversi, gli posson' tor' con facilità grande lo stato, o con fargli contro o col' non l'obedire. Et il Principe non è a tempo ne pericoli a pigliar' l'auttorità absoluta, perche li cittadini et sudditi, che sogliono haver' i comandamenti da magistrati, non sono in quelli frangenti per obedire a suoi.Et harà sempre, ne tempi dubij, penuria di chi si possa fidare, perche simil' Principe non può fondarsi sopra quello che vede ne tempi quieti, quando i cittadini hanno bisogno dello stato, perche àlhora ognun' corre, ognun' promette et ciascun' vuol' morir' per lui, quando la morte è discosto, ma nè tempi adversi, quando lo stato ha bisogno de cittadini, al'hora se ne truova pochi. Et tanto più è questa esperienza pericolosa, quanto la non si può far' se non una volta. Però un' Principe savio deve pensar' un' modo per il quale li suoi Cittadini, sempre et in ogni modo et qualità di tempo, habbino bisogno de lo stato, di lui, et sempre poi gli saran' fedeli.  
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        In che modo le forze de tutti i Principati si debbino misurare Cap .X. Conviene haver' nel' esaminare la qualità di questi Principati un'altra consideratione, cioè se un' Principe ha tanto stato che possa, bisognando, per se medesimo reggersi o vero se ha sempre necessità della defension' d'altri. Et per chiarir' meglio questa parte, dico com' io giudico potersi coloro regger' per se medesimi che possono, o per abundantia de huomini o di denar', metter' insieme uno esercito giusto et far' una giornata con qualunche li viene assaltare. Et così giudico coloro haver' sempre necessità d'altri che non posson' comparir' contro gli nimici in campagna, ma sono necessitati rifugirse drento a le mura et guardar' quelle. Nel' primo caso, s' è discorso et per l' avenire diremo quello che n' occorre. Nel' secondo caso, non si può dir' altro, salvo che confortar' tal' Principi a munir' et fortificar' la terra propria, et del' paese non tener' alcun' conto. Et qualunche harà ben' fortificata la sua terra, et circa gli altri governi coi sudditi si sia maneggiato come disopra è detto et disotto si dirà, sarà sempre assaltato con gran respetto, perche gli huomini son' sempre inimici delle imprese dove si vegga difficultà, ne si può veder facilità assaltando uno che habbi la sua terra gagliarda et non sia odiato dal' popolo. Le Città d' Alamagna sono liberalissime, hanno poco contado et obediscono a lo Imperadore quando le vogliono, et non temono ne quello ne altro potente che l'habbino intorno. Perche le sono in modo fortificate che ciascun pensa la espugnation' d'esse dover' esser' tediosa et difficile, perche tutte hanno fossi et mura convenienti, hanno artiglieria a sufficientia, et tengon' sempre nelle Canove publiche da mangiar' et da bere et da arder' per uno anno. Oltre a questo, per poter' tener' la plebe pasciuta et senza perdita del' publico, hanno sempre in commune per un' anno da poter' dar' lor' da lavorar' in quelli esercitij che siano il nervo et la vita di quella Città et de l'industria de quali la plebe si pasca. Tengon' ancora li esercitij militari in reputatione et sopra questo hanno molti ordini a mantenerli. Un' Principe adunque che habbia una Città forte et non si facci odiare, et non può esser' assaltato, et, se pur' fossi chi l' assaltassi, se ne partirebbe con vergogna, perche le cose del' mondo son' sì varie che gli è quasi impossibile che un' possi con l'eserciti stare un' anno ocioso a campeggiarlo. Et chi replicasse: se il popolo harà le sue possessioni fuor' et veggal' ardere non harà patientia, et il lungo assedio et la charità propria gli farà dimenticare el Principe. Rispondo che un' Principe potente, animoso, supererà sempre quelle difficultà dando hora speranza a sudditi chel' mal' non sia lungo, hora timore de la crudeltà del' nimico, hora assicurandosi con destreza di quelli che gli paresseno troppo arditi. Oltre questo il nimico deve ragionevolmente arder' et rovinar' el paese loro in sù la gionta sua et ne tempi quando li animi de gli huomini sono ancora caldi et volonterosi a la difesa, et però tanto meno il Principe deve dubitare, perche doppò qualche giorno, che gli animi sono raffredi, sono digia fatti i danni, son' ricevuti i mali et non v' è più rimedio. Et al'hora tanto più si vengono ad unir' collor' Principe, parendo che esso habbia con loro obligo, essendo state loro arse le case, et rovinate le possessioni per la difesa sua. Et la natura de gli huomini è così obligarsi per li beneficij che essi fanno, come per quelli che essi ricevono. Onde se si considera ben' tutto, non fia difficile a un' Principe prudente tenere, prima et poi, fermi l'animi de suoi Cittadini ne la' ossidione, quando non gli manchi da viver' ne da difendersi.  
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        De principati ecclesiastici Cap .XI. Restaci solamente al' presente a' ragionare de' Principati Ecclesiastici, circa quali tutte le difficultà sono avanti che si possegghino, perche s'acquistano o per Virtù o per Fortuna, et senza l'una et l'altra si mantengono, perche sono sustentati dagli ordini antichati ne la religione, quali sono tutti tanto potenti et di qualità che tengono i lor' Principi in stato in qualunche modo si procedino et vivino. Costoro soli hanno stato et non lo difendano, hanno sudditi et non gli governano; et gli stati, per esser' indifesi, non son' lor' tolti, et li sudditi per non esser' governati, non se ne curano, ne pensano, ne posson' alienarsi da loro. Solo adunque questi Principati son' securi et felici, ma essendo quelli retti da cagioni superiori a le quali mente humana non aggiugne, lascerò il parlarne, perche, essendo esaltati et mantenuti da Dio, sarebbe officio d' huomo presuntuoso et temerario el discorrerne. Nondimanco se alcuno mi ricercasse donde viene che la Chiesa nel' temporale sia venuta a tanta grandeza (con cio sia che da Alessandro indrieto i potentati Italiani, et non solamente quelli che si chiamano potentati, ma ogni Barone et Signore benche mimino quanto al temporale, la stimava poco, et hora un' Re di Francia ne trema, et l' ha possuto cavare d' Italia et rovinar' i Vinitiani) ancora che cio noto sia, non mi par' superfluo ridurlo in qualche parte a la memoria. Avanti che Carlo Re di Francia passassi in Italia, era questa provincia sotto l'Imperio del' Papa, Vinitiani, Re di Napoli, Duca di Milano, et Fiorentini. Questi potentati havevano haver' due cure principali. L'una, che un' forestiero non intrassi in Italia con l' armi. L'altra, che nessun' di loro occupassi più stato. Quelli a chi s' haveva più cura erano il Papa et Vinitiani; et a tener' indrieto i Vinitiani, bisognava l'union' di tutti gli altri, come fù ne la difesa di Ferrara; et a tener' basso il Papa, si servivano de i Baroni di Roma, li quali essendo divisi in due fattioni, Orsini et Colonnesi, sempre v'era cagion' di scandoli fra loro, et, stando con l' armi in mano insù gli occhi del' Pontifice, tenevano el Pontificato debole et infermo. Et benche surgessi qualche volta un' Papa animoso, come fù Sisto, pure la fortuna o il saper' non lo potè mai disobligare da queste incommodità. Et la brevità della vita loro n' era cagione, perche in .X. anni che, raguagliato, viveva un' Papa, affatica che potessi sbassare l'una de le fattioni, et se per modo di parlar' l'uno haveva quasi spenti i Colonnesi, surgeva un' altro inimico a gli Orsini, che gli faceva risurgere et non era a tempo a spegnerli. Questo faceva che le forze temporali del' Papa eron' poco stimate in Italia. Surse di poi Alessandro Sesto, il qual', di tutti li Pontefici che son' stati mai, mostrò quanto un' Papa et con il Danaio et con le forze si poteva prevalere, et fece, con l'instrumento del' Duca Valentino et con l'occasion' de la passata de Francesi, tutte quelle cose che io ho discorse disopra ne l'attioni del' Duca. Et benche l'intento suo non fusse di far' grande la Chiesa, ma il Duca, nondimeno ciò che fece tornò a grandeza de la Chiesa, la qual, doppò la sua morte, spento el Duca, fù herede de la fatiche sue. Venne dipoi papa Iulio et trovò la Chiesa grande, havendo tutta la Romagna, et essendo spenti tutti li Baroni di Roma et, per le battiture d'Alessandro, annullate quelle fattioni, et trovò ancor' la via aperta al' modo del' raccumular' denari, non mai più usitato d'Alessandro indrieto. Le qual' cose Iulio non solamente seguitò, ma accrebbe, et pensò guadagnarsi Bologna et spegner' Vinitiani et cacciar' i Francesi d' Italia; et tutte queste imprese gli riuscirno, et con tanta più sua laude, quanto fece ogni cosa per accrescer' la Chiesa et non alcun' privato. Mantenne ancor' le parti Orsine et Colonnese in quelli termini che le trovò. Et benche tra loro fussi qual'che capo da far' alteratione, nientedimeno due cose gli ha tenuti fermi: l'una, la grandeza de la Chiesa che gli sbigotisce ; l'altra, il non haver' loro Cardinali, quali sono origine de tumulti intra loro: ne mai staranno quiete queste parti qualunque volta habbino Cardinali, perche questi nutriscono, in Roma et fuori, le parti. Et quelli Baroni son' forzati a defenderle, et cósì, da l' ambition' de Prelati, nascono le discordie et tumulti intra Baroni. Ha trovato adunque la Santita di Papa Leone questo Pontificato potentissimo, del' qual' si spera che se quelli lo fecero grande con l'armi, esso con la bontà et infinite altre sue virtù lo fara grandissimo et venerando.  
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        Quante siano le spetie della militia et de soldati mercennarij Cap .XII . Havendo discorso particolarmente tutte le qualità di quelli Principati de quali nel' principio proposi di ragionare, et considerato in qualche parte le cagioni del' bene et del' male esser' loro, et monstri i modi con li quali molti han' cerco d' acquistarli et tenerli, mi resta hora a discorrer' generalmente l'offese, et difese che in ciascun' de prenominati possono accadere. Noi habbian' detto di sopra come ad un' principe è necessario havere li suoi fondamenti buoni, altrimenti di necessità convien' che rovini. E principali fondamenti che habbino tutti gli stati, così nuovi come vecchi o misti, son' le buone leggi et le buon' armi; et perche non possono buone leggi dove non sono buone armi, et dove son' buon' armi conviene che siano buone leggi, io lasserò indrieto il ragionar' de le leggi et parlerò de l' armi. Dico adunque che l' armi, con le quali un' Principe defende el suo stato, o le son' proprie, o le son' mercennarie o ausiliarie o miste. Le mercennarie et ausiliarie son' inutili et pericolose, et se un' tiene lo stato suo fondato insù l'armi mercennarie non starà mai fermo ne sicuro, perche le son' dis'unite, ambitiose et senza disciplina, infedeli, gagliarde fra gli amici, fra gli inimici vili, non hanno timor' di Diò, non fede con gli huomini ; et tanto si differisce la rovina, quanto si differisce lo assalto, et ne la pace sei spogliato da loro, ne la guerra da inimici. La cagion' di questo è che non hanno altro amore ne altra cagione che le tenga in campo che un' poco di stipendio, il quale non è sufficiente a fare che li voglion' morir' per te. Voglion' ben' essere tuoi soldati mentre che tu non fai guerra, ma, come la guerra viene, o fugirse o andarsene. La qual' cosa deverei durar' poca fatica a persuadere, perche la rovina d' Italia non è hor' causata da altra cosa che per esser' in spatio di molti anni riposatasi insù l' armi mercennarie. Le quali fecion gia per qualcuno qualche progresso, et parevan' gagliarde infra loro, ma come venne il forestiero, elle mostroron' quel' che l'erano. Onde che a Carlo Re di Francia fù lecito pigliar' Italia col' gesso. Et chi diceva che n'eran' cagion' i peccati nostri diceva il vero, ma non eran' gia quelli che credeuan', ma questi ch' io ho narrato. Et perche gli eran' peccati di Principi, n' hanno patito la pena ancora loro. Io voglio dimostrar' meglio la infelicità di queste armi. I capitani mercennarij o sono huomini eccellenti, o no; se sono, non te ne puoi fidare, perche sempre aspireranno a la grandeza propria o con l'opprimer' te, che li sei padrone, o con l'opprimer' altri fuor' de la tua intentione; ma se non è virtuoso, ti ruina per l'ordinario. Et se si risponde che qualunche harà l'arme in mano farà questo medesimo, o mercennario o no, replicherei come l'armi hanno ad esser' adoperate o da un' Principe o da una .republica. Il Principe deve andar' in persona a far' lui l'officio del' Capitano; la Republica ha da mandare i suoi Cittadini, et, quando ne manda un' che non riesca valente, debbe cambiarlo; et, quando sia, tenerlo con le leggi che non passi el segno. Et per esperienza si vede i Principi soli et Republiche armate far' progressi grandissimi, et l'armi mercennarie non far' mai se non danno ; et con più difficultà viene a la obedienza d'un' suo Cittadino una Republica armata d'armi proprie che una armata d'armi forestiere. Sterono Roma et Sparta molti secoli armate et libere. I Svizeri sono armatissimi et liberalissimi. De l'armi mercennarie antiche per essempi ci sono li Cartaginesi, li quali furno per esser' oppressi da lor' soldati mercennarij, finita la prima guerra co i Romani, ancora che i Cartaginesi hauesser' per Capitani proprij Cittadini. Philippo Macedone fù fatto da Thebani, doppò la morte di Epaminunda, Capitano de la lor' gente, et tolse lor', doppò la vittoria, la libertà. I Milanesi, morto el duca Philippo, soldorno Francesco Sforza contro a Vinitiani, il quale superati l'inimici a Caravaggio, si congionse con loro per opprimere i Milanesi suoi patroni. Sforzo suo padre, essendo Soldato de la Regina Giovana di Napoli, la lasciò in un' tratto disarmata, onde lei per non perder' il Regno, fù costretta gittarsi in Grembo al' Re D'Aragona. Et se i Vinitiani et Fiorentini hanno accresciuto per lo adrieto lo Imperio loro con queste armi, et li lor' Capitani non se ne son' però fatti Principi ma li hanno difesi, rispondo che li Fiorentini in questo caso son' stati favoriti da la sorte, perche de Capitani virtuosi, li quali potevon temer', alcuni non han' vinto, alcuni hanno havuto oppositioni, altri han' volto l'ambitioni loro altrove. Quello che non vinse fù Giovanni Acuto, del' qual', non vincendo, non si potea conoscer' la fede, ma ognun' confessa che, vincendo, stavano i Fiorentini a sua discretione. Sforzo hebbe sempre i Bracceschi contrarij, che guadagnorno l'un' l'altro. Francesco volse l'ambition' sua in Lombardia ; Braccio contro la Chiesa et il' Regno di Napoli. Ma vegnamo a quello, ch' è seguito poco tempo fà. Fecero i Fiorentini Pauol' Vitelli lor' Capitano, huomo prudentissimo et che di privata fortuna haveva preso riputatione grandissima; se costui espugnava Pisa, nessuno sarà che nieghi come è conveniva a Fiorentini star' seco, perche, se fusse diventato Soldato de lor' nimici, non havevan rimedio, et, tenendolo, havevano ad obedirlo. I Vinitiani, se si considera i progressi loro, si vedrà quelli securamente et gloriosamente haver' operato mentre che fecion' guerra ì lor' proprij, che fù avanti che si volgessino con l' imprese in terrà, dove comuni gentilhuomini et con la plebe armata operorno virtuosamente; ma come cominciorno a combattere in terra, lasciorno questa virtù et seguitorno i costumi di Italia. Et nel' principio dello augumento loro in terra, per non vi haver' molto stato et per esser' in gran' riputatione, non havevon' da temer' molto i lor' Capitani. Ma come essi ampliorno, che fù sotto el Carmignola, hebbono un' saggio di questo errore, perche vedutolo virtuosissimo, battuto che hebbono sotto il suo governo il Duca di Milano et conoscendo da l'altra parte come egli era freddo ne la guerra, giudicorno non poter' più vincere con lui, perche non voleva; ne potean licenciarlo per non perder' cio che havevan' acquistato, onde che furono necessitati per assicurarsi di amazarlo. Hanno di poi havuto per lor' Capitano Bartolomeo da Bergamo, Roberto da Sanseverino, Conte di Pitigliano et simili, con li quali havevan da temer' de la perdità, non del guadagno loro, come intervenne di poi a Vailà, dove in una giornata perderon' quello che in .VIII. cento anni con tante fatiche havevon' acquistato, perche da queste armi nascon' solo i lenti, tardi et deboli acquisti et le subite et miracolose perdite. Et perche io son' venuto con questi essempi in Italia la quale è stata governata già molti anni da l'armi mercennarie, le voglio discorrer' più d'alto, accio che vedute le origini, et progressi di esse si possin' meglio corregger'. Havete da intender' come, tosto che in questi ultimi tempi lo Imperio cominciò ad esser' ributtato di Italia et che il Papa nel' temporale vi prese più reputatione, si divise la Italia in più stati. Perche molte de le Città grosse preson' l'armi contro i lor' nobili, li quali prima, favoriti da lo Imperadore, le tenevan' oppresse, et la Chiesa le favoriva per darsi reputation' nel' temporale. Di molte altre lor' Cittadini ne diventaron' Principi.Onde che, essendo venuta l' Italia quasi in mano de la Chiesa et di qualche Republica, et essendo quelli preti et quelli altri Cittadini usi a non conoscer' arme, incominciorno a soldar' forestieri. El primo che dette riputation' a questa militia fù Alberigo da Cómo Romagnuolo. Da la disciplina di costui discese, fra gli altri Braccio et Sforzo, che ne lor' tempi furono arbitri di Italia. Doppò questi venerò tutti gli altri, che fino a nostri tempi hanno governate l'armi d' Italia, et il fin' de le lor' virtù è stato che quella è stata corsa da Carlo, predata da Luìgi, sforzata da Ferrando et vituperata da Svizeri.L'ordine che loro hanno tenuto è stato prima, per dar' riputation' a lor' proprij, haver' tolto riputatione a le fanterie. Fecion questo perche, essendo senza stato et in sù l'industria, i pochi fanti non davon lor' riputation' et li assai non potevon nutrire; et però si ridussero a cavalli, dove con numero sopportabile eron' nutriti et honorati; et eron' ridotte le cose in termine che, in un'esercito di vinti milia Soldati, non si truovavan' duo milia fanti.Havevan' oltre a questo usato ogni industria per levar' via a se et a soldati la fatica et la paura, non s' amazando ne le zuffe ma pigliandosi prigioni et senza taglia; non traevan' di notte alle terre; quelli de le terre non traevon' di notte alle tende; non facevan' intorno al campo ne steccato ne fossa; non campeggiavon' il verno. Et tutte queste cose eran' permesse ne lor' ordini militari et trovati da lor' per fuggir', come è detto, et la fatica et pericoli, tanto che essi hanno condotta Italia Schiava, et vituperata.  
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        De soldati ausiliarii misti et Proprij Cap .XIII. L'armi ausiliarie, che sono le altre armi inutili, son' quando si chiama un' potente, che con le armi sue ti venga ad aiutare et difendere, come fece ne prossimi tempi Papa Iulio, il qual' havendo visto ne l'impresa di Ferrara la trista pruova de le sue armi mercennarie, si volse a le ausiliarie et convenne con Ferrando Re di Spagna che con le sue genti et eserciti dovesse aiutarlo. Queste armi posson' esser' utili et buone per lor' medesime, ma son', per chi le chiama, sempre dannose, perche, perdendo, rimani disfato, et vincendo, resti lor' prigione. Et ancora che di questi essempi ne sien' piene l'antiche historie, nondimanco io non mi voglio partir' da questo esempio di Papa Iulio Secondo, quale è ancor' fresco; il partito del ' quale non potè esser' manco considerato, per voler' Ferrara mettendosi tutto ne le man' d'un' forestiero. Ma la sua buona fortuna fece nascer' una terza causa, accio non cogliessi il frutto della sua mala elettione, perche, essendo li ausiliarij suoi rotti a Ravenna, et surgendo i Svizeri che caccioron' i vincitori fuor' d' ogni opinione et sua et d'altri, venne a non rimanere prigione delli inimici, essendo fugati, ne de gli ausiliarij suoi, havendo vinto con altre armi che con le loro. I Fiorentini, essendo al tutto disarmati, condussero .X. milia Francesi a Pisa per espugnarla, per il qual' partito portorno più pericolo che in qualunche tempo de' travagli loro. Lo Imperadore di Constantinopoli, per opporsi alli suoi vicini, misse in Grecia dieci milia Turchi, li quali finita la guerra non se ne volser' partire, il che fù principio de la servitù de la Grecia con l' infideli. Colui adunque che vuole non poter' vincere, si vaglia di queste armi, perche sono molto più pericolose che le mercennarie. Perche in queste è la rovina fatta, son tutte unite, tutte volte a la obedientia d'altri, ma ne le mercennarie ad offenderti, vinto che l'hanno, bìsogna più tempo et miglior' occasione et non essendo tutte un corpo, et essendo et trovate, pagate da te; ne le quali un' terzo che tù facci capo non può pigliar' subito tanta autorità che t' offenda. In somma, nelle mercennarie, è più pericolosa la ignavia et pigritia al conbattere, nelle ausiliarie, la virtù. Un' Principe pertanto savio sempre ha fuggito queste armi et voltosi a le proprie, et ha voluto più tosto perdere con le sue che vincer' con l'altrui, giudicando non verà vittoria quella che con le armi d'altri s'acquistasse. Io non dubiterò mai di allegar' Cesare Borgia, et le sue attioni. Questo Duca entrò in Romagna con l' armi ausiliarie, conducendovi tutte genti Francese, et con quelle prese Imola et Forlì; ma non li parendo poi tal' armi sicure, si volse a le mercennarie, giudicando in quelle manco pericolo, et soldò gli Orsini, et Vitelli; li quali poi nel' maneggiare truovando dubie et infideli et pericolose le spense et volsesi a le proprie. Et puosi facilmente vedere che differentia è fra l'una et l'altra di quest' armi, considerato che differentia fu da la reputation' del' Duca quando haveva i Francesi soli, et quando haveva gli Orsini et Vitelli, et quando rimase con li soldati suoi et sopra di se stesso, si truoverrà sempre accresciuta, ne mai fù stimato assai se non quando ciascun' vedde che gl' era intero possessor' delle sue armi. Io non mi volevo partir' da li essempi Italiani et freschi, pur' voglio non lasciar' indrieto Hierone Siracusano, essendo uno de sopra nominati da me. Costui come di già dissi, fatto da li Siracusani capo de li eserciti, conobbe subito quella militia mercennaria non esser' utile, per esser' conduttori fatti come li nostri Italiani, et parendoli non li poter' tener' ne lasciar', gli fece tutti tagliar' a pezi, di poi fece guerra con l'armi sua et non con l'altrui. Voglio ancora ridurre a memoria una figura del' testamento vecchio fatta a questo proposito. Offerendosi Davit a Saul d'andar' a combattere con Golia provocatore Filisteo, Saul, per dar'li animo, l' armò de l'armi sue, le quali, come Davit hebbe in dosso, recusò, dicendo con quelle non si poter' ben' valere di se stesso, et però voleva truovar' il nimico con la sua fromba et con il suo coltello.In somma, l' armi d' altri o le ti cascon' di dosso o le ti pesano o le ti stringono. Carlo Settimo, padre del' Re Luigi .XI., havendo con la sua fortuna et virtù liberata Francia da gli Inghilesi, conobbe questa necessità d' armarsi d' armi proprie et ordinò nel' suo regno l'ordinanze de le genti d'arme et de le fanterie. Dipoi el Re Luigi suo figliolo spense quella de fanti et cominciò a soldare Svizeri, il qual' error' seguitato da gli altri è (come si vede hora in fatto) cagion de' pericoli di quel' regno. Perche, havendo dato reputatione a Svizeri, ha invilito tutte l'armi sue, perche le fanterie ha spente et le sue genti d'armi ha obligate a l'armi d' altri, perche essendo assuefatti a militar' con Svizeri, non par' lor' di poter' vincer' senza essi. Di qui nasce che li Francesi contro a Svizeri non bastino, et senza Svizeri contro ad altri, non pruovano. Sono adunque stati li eserciti di Francia misti, parte mercennarij et parte proprij, le quali armi tutte insieme son' molto megliori che le semplici mercennarie o le semplici ausiliarie, et molto inferiori a le proprie. Et basti l' essempio detto, perche il regno di Francia sarebbe insuperabile se l'ordin' di Carlo era accresciuto o preservato, ma la poca prudentia de gli huomini comincia una cosa che, per saper' al'hora di buono, non manifesta il veleno che v' è sotto, com' io dissi disopra de le febri ettice. Pertanto colui che in un' Principato non conosce i mali se non quando essi nascono, non è veramente savio; et questo è dato a pochi. Et se si considerassi la prima rovina del' Imperio Romano, si truoverrà esser' stato solo il cominciar' a soldar' Gothi, perche da quel' principio cominciorno ad enervare le forze del' Imperio Romano, et tutta quella virtù, che si levava da lui, si dava a loro. Conchiudo adunque che, senza havere' armi proprie, nessun' Principato è securo, anzi è tutto obligato a la fortuna, non havendo virtù che ne l' adversità lo difenda. Et fù sempre opinione et sententia de gli huomini savij che niente sia così infermo et instabile com' è la fama della potentia, non fondata ne le forze propie,. Et l'armi proprie son' quelle che son' composte di sudditi o di Cittadini o di creati tuoi, tutte l' altre sono mercennarie o aussiliarie, et il modo ad ordinar' l'armi proprie sara facile a truovare, se si discorreranno gli ordini sopranominati da me, et se si vedrà come Philippo, padre di Alessandro Magno, et come molte Republiche et Principi si sono armati, et ordinati a quali ordini io mi rimetto al tutto.  
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        Quello che al' principe si appartenga circa la Militia Cap .XIIII. Deve adunque un' Principe non haver' altro oggetto, ne altro pensiero, ne prender' cosa alcuna per sua arte, fuora della guerra et ordini et disciplina di essa, perche quella è sola arte che si aspetta a chi comanda, et è di tanta virtù che non solo mantiene quelli che son' nati Principi, ma molte volte fa gli huomini di privata fortuna salir' a quel' grado. Et per contrario si vede che, quando i Principi hanno pensato più a le delicateze che a l' armi, hanno perso lo stato loro, et la prima cagion' che ti fà perdere quello è il disprezar' questa arte, et la cagion' che te lo fà acquistar' è l' esser' professo di questa arte. Francesco Sforza, per esser' armato, diventò di privato Duca di Milano; e figli, per fuggir' le fatiche et disagi de l'armi, di Duchi diventorno privati. Perche, intra l' altre cagioni di male che t'arreca l'esser' disarmato, ti fà contennendo. La qual' è una di quelle infamie delle quali il Principe si debba guardare come disotto si dirà. Perche da uno armato a un' disarmato non è proportion' alcuna, et la ragion' non vuole che chi è armato obedisca volentieri a chi è disarmato et che il disarmato stia securo intra i servitori armati. Perche, essendo ne l'uno sdegno et ne l'altro sospetto, non è possibile operino bene insieme. Et però un' Principe che de la militia non s'intende, oltre a l' altre infelicità, come è detto, non può esser' stimato da suoi soldati ne fidarsi di loro. Non deve per tanto mai levar' il pensier' da questo esercitio della guerra; et nella pace vi si deve più esercitare che nella guerra, il che può far' in doi modi: l'uno con l'opere; l'altro con la mente. Et quanto a l'opere, deve, oltre al' tener' bene ordinati et esercitati li suoi, star' sempre insù le caccie et mediante quelle assuefar' il corpo a disagi, et parte imparar' la naturà de siti et conoscer' come surgono i monti, come imboccon' le valli, come iacciano i piani, et intender' la natura de fiumi et delle paludi; et in questo porre grandissima cura. La qual' cognition' è utile in doi modi: prima, s'impara a conoscer' el suo paese et può meglio intender' le difese d' esso; di poi, mediante la cognitione et pratica di quelli siti, con facilità comprende un'altro sito che di nuovo gli sia necessario speculare, perche li poggi, le valli, et piani, et fiumi, et paludi che son', per modo di dire, in Toscana hanno con quelli de l' altre provincie certa similitudine, tal' che da la cognitione del' sito d'una provincia si puo facilmente venire alla cognitione de l'altre. Et quel' Principe che manca di questa peritia, manca de la prima parte che vuol' haver' un' Capitano. Perche questa insegna trovar' il nimico, pigliar' gli allogiamenti, condurr' gli eserciti, ordinare le giornate, campeggiar' le terre con tuo vantaggio. Philopomene Principe delli Achei, intra l'altre laudi che da li scrittori li son' date, è che ne' tempi de la pace non pensava mai se non a modi de la guerra, et quando era in campagna con gli amici, spesso si fermava et ragionava con quelli: se gli nimici fusseno in quel' colle et noi ci trovassimo qui, col' nostro esercito, chi di noi harebbe vantaggio? come sicuramente si potrebbe ire a trovargli, servando gli ordini? Se noi volessimo ritirarci, come haremmo a fare? Se loro si ritirasserno, come haremmo a seguirli? Et preponeva loro, andando, tutti i casi che in uno esercito possono occorrere, intendeva l' oppinion' loro, diceva la sua, corroboravala con le ragioni, tal' che per queste continue cogitationi non poteva mai, guidando li eserciti, nascer' accidente alcuno che egli non vi havessi el remedio. Ma quanto al' esercitio de la mente, deve il Principe legger' le historie et in quelle considerar' l' attioni de gli huomini eccellenti, veder' come si son' governati nelle guerre, esaminar' le cagioni de la vittoria et perdità loro, per poter' queste fuggir', quelle imitar'; et sopra tutto far' come ha fatto per lo adrieto qualche huomo eccellente che ha preso ad imitar' se alcuno è stato inanzi a lui lodato et glorioso et di quello ha tenuto sempre i gesti et attioni appresso di se: come si dice ch' Alessandro Magno imitava Achille; Cesare, Alessandro; Scipione, Cyro. Et qualunche legge la vita di Cyro sopradetto scritta da Xenophonte, riconosce di poi ne la vita di Scipione quanto quella imitation' gli fù di gloria, et quanto ne la castità, affabilità, humanità, et liberalità. Scipion' si conformassi con quelle cose che di Cyro sono da Xenophonte scritte. Questi simil' modi deve observare un' Principe savio; ne mai ne tempi pacifici star' ocioso, ma con industria farne capitale per potersene valere nel' adversità, accioche quando si muta la Fortuna lo truovi parato a resistere a li suoi colpi.  
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        Delle cose mediante le quali gli huomini, et massimamente i Principi, sono laudati o vituperati. Cap. XV. Resta hora a vedere, quali devono esser' i modi et governi d'un' Principe con li sudditi et con gli amici. Et perche io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancor' io, non esser' tenuto presuntuoso, partendomi massime nel' disputar' questa materia da gli ordini de gli altri. Ma essendo l'intento mio scriver' cosa utile a chi l'intende, m'è parso più conveniente andar' drieto a la verità effettual' de la cosa che al' imaginatione di essa. Et molti si sono imaginati Republiche et Principati che non si son' mai visti ne conosciuti esser' in vero.Perche egli è tanto discosto da come si vive a come si doverria vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverria fare, impara più tosto la rovina che la preservation' sua. Perche un' huomo che voglia far' in tutte le parti profession' di buono, convien' che rovini infra tanti che non son' buoni. Onde è necessario a un' Principe, volendosi mantenere, imparare a potere esser' non buono, et usarlo et non usarlo secondo la necessità. Lasciando adunque indrieto le cose circa un' Principe imaginate, et discorrendo quelle che son' vere, dico che tutti li huomini, quando se ne parla, et massime i Principi, per esser' posti più alti, son' notati di alcuna di queste qualità che arrecano loro o biasimo, o laude. Et questo è che alcuno è tenuto liberale, alcuno misero (usando un' termin' Toscano, perche avaro, in nostra lingua, è ancor' colui che per rapina desidera d' haver'; misero chiamiamo noi quello che troppo si astiene allo usar' il suo), alcun' è tenuto donatore, alcun' rapace, alcun' crudele, alcun' pietoso; l'uno fedifrago, l'altro fedele, l'uno effeminato et pussillanimo, l'altro feroce et animoso, l'uno humano, l'altro superbo, l'un' lascivo, l'altro casto: l'uno intero, l'altro astuto; l'un' duro, l'altro facile, l'un' grave, l'altro leggiere, l'un' religioso, l'altro incredulo, et simili. Io so che ciascun' confesserà che sarebbe laudabilissima cosa un' Principe trovarsi, di tutte le sopradette qualità, quelle che son' tenute buone; ma perche non si posson' haver' ne interamente osservare, per le conditioni humane che non lo consentono, gli è necessario esser' tanto prudente che sappia fuggir' l'infamia di quella che gli torrebbon' lo stato, et de quelle che non gliel' tolgono, guadagnarsene se gli e possibile; ma non possendovi, si può con minor' rispetto lasciar' andar'. Et ancora non si curi di incorrer' nel'infamia di quelli vitij, senza i quali possa difficilmente salvare lo stato, perche se si considerra ben' tutto, si truoverrà qualche cosa, che parrà virtù, et seguendola sarebbe la rovina sua, et qual'cun altra che parrà vitio, et seguendola ne resulta la sicurtà et il ben' esser' suo.  
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        Della liberalita et miseria Cap .XVI. Cominciandomi adunche a le prime soprascritte qualità, dico come sarebbe bene esser' tenuto liberale. Nondimanco la liberalità, usata in modo che tù sia temuto, ti offende, perche, se la s' usa virtuosamente et come la si deve usare, la non fia conosciuta et non ti cadrà l'infamia del' suo contrario. Et però, a volersi mantenere infrà li huomini il' nome del' liberale, è necessario non lasciar' indrieto alcuna qualità di suntuosità, talmente che sempre un' Principe così fatto consumerà in simili opere tutte le sue facultà, et sarà necessitato a la fine, s' el si vorrà mantenere il nome del' liberale, gravare i Popoli estraordinariamente et esser' fiscale et far' tutte quelle cose che si posson' far' per haver' denari. Il che comincia a farlo odioso con li sudditi, et poco stimar' da ciascuno diventando povero. In modo che, havendo con questa sua liberalità offeso molti et premiato i pochi, sente ogni primo disagio et periclità in qualunche primo pericolo. Il che conoscendo lui et volendosene ritrarre, incorre subito ne l' infamia del' misero. Un' Principe adunche, non potendo usare questa virtù del' liberale, senza suo danno, in modo che la sia conosciuta, deve, s' egli è prudente, non si curar' del' nome del' misero, perche col' tempo sarà tenuto sempre più liberale veggendo che, con la sua parsimonia, le sue intrate li bastano, può difendersi da chì gli fà guerra, può far' imprese senza gravar' i Popoli. Talmente che viene a usar' la liberalità a tutti quelli a chi non toglie, che sono infiniti, et miseria a tutti coloro a chi non da, che sonno pochi. Nè nostri tempi noi non habian' visto far' gran' cose se non a quelli che son' stati tenuti miseri, gli altri esser' spenti. Papa Iulio Secondo, come si fù servito del' nome di liberale per aggiogner' al' Papato, non pensò poi a mantenerselo, per poter' far' guerra al' Re di Francia; et ha fatto tante guerre senza porre un' datio estraordinario, perche alle superflue spese ha sumministrato la lunga sua parsimonia. Il Re di Spagna presente se fusse tenuto liberale, non harebbe fatto ne vinto tante imprese. Per tanto un' Principe deve stimar' poco, per non haver' a rubar' i sudditi, per poter' difendersi, per non diventar' povero, et contennendo, per non esser' forzato diventar' rapace, d'incorrere nel' nome di misero, perche questo è un' di quelli vitij che lo fanno regnare.et se alcun' dicesse: Cesare con la liberalità pervenne al' Imperio, et molti altri, per esser' stati et esser' tenuti liberali, son' venuti a gradi grandissimi ; rispondo o tù se Principe fatto o tù sè in via di acquistarlo. Nel' primo caso questa liberalità è dannosa; nel' secondo è ben necessario esser' tenuto liberale; et Cesar' era un' di quelli che voleva pervenire al' Principato di Roma. Ma se, poi che vi fù venuto, fusse sopravissuto et non si fusse temperato da quelle spese, harebbe distrutto quello Imperio. Et se alcun' replicasse: molti sono stati Principi et con gli eserciti han' fatto gran' cose, che son' stati tenuti liberalissimi; ti rispondo: o il Principe spende del' suo et de suoi sudditi, o di quel' d'altri. Nel' primo caso deve esser' parco ; nel' secondo, non deve lassar' indrieto parte alcuna di liberalità. Et quel' Principe che va con gli eserciti, che si pasce di prede, di sacchi et de taglie, et maneggia quel' d' altri, gli è necessaria questa liberalità, altrimenti non sarebbe seguito da soldati. Et di quello che non è tuo o de tuoi sudditi si può esser' più largo donatore, come fù Ciro, Cesare et Alessandro, perche lo spender' quel' d'altri non toglie reputatione, ma te ne aggiugne; solamente lo spender' il tuo è quello che ti nuoce. Et non c'è cosa che consumi se stessa quanto la liberalità, la qual', mentre che tù l'usi, perdi la facultà d' usarla et diventi o povero o contennendo o, per fuggir' la povertà, rapace et odioso. Et intra tutte le cose da che un' Principe si debbe guardare è l' esser' contenendo et odioso, et la liberalità a l'una et l'altra di queste cose ti conduci. Per tanto è più sapientia tenersi il nome di misero, che partorisce una infamia senza odio, che, per voler' il nome di liberale, incorrer' per necessità nel' nome di rapace, che partorisce una infamia con odio.  
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        Della crudelta et clementia et se gli è meglio esser' amato o temuto Cap .XVII. Descendendo appresso a l'altre qualità preallegate, dico che ciascuno Principe deve desiderar' d' esser' pietoso tenuto et non crudele. Nondimanco, deve advertir' di non usar' male questa pietà. Era tenuto Cesare Borgia crudele, nondimanco quella sua crudeltà haveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace et in fede. Il che, se si considerrà bene, si vedrà quello esser' stato molto più pietoso che il Popol' Fiorentino, qual', per fuggir' il nome di crudele, lasciò distrugger' Pistoia. Deve pertanto un' Principe non si curar' de l'infamia di crudele per tener' i sudditi suoi uniti et in fede. Perche con pochissimi essempi sarà più pietoso che quelli li quali per troppa pietà lasciono seguir' i disordini, onde naschino occisioni o rapine, perche queste sogliono offendere una università intiera, et quelle esecutioni che vengono dal' Principe offendono un' particular'. Et infra tutti e Principi al Principe nuovo è impossibile fuggir' il nome di crudele per esser' li stati nuovi pieni di pericoli. Onde Virgilio per la bocca di Didone escusa le inhumanità del' suo Regno, per essere quel' nuovo, dicendo: « Res dura, et Regni novitas me talia cogunt, Moliri, et late fines custode tueri ». Nondimeno deve esser' grave al' creder' et al' moversi, ne si deve far' paura da se stesso, et proceder' in modo temperato con prudentia et humanità, che la troppa confidentia non lo faccia incauto et la troppa diffidentia non lo renda intollerabile. Nasce da questo una disputa, se gli è meglio esser' amato che temuto o temuto che amato, Respondesi che si vorrebbe essere l'uno et l'altro, ma perche gli è difficile che gli stiano insieme, è molto più securo l'esser' temuto che amato, quando s' habbi a mancar' de l'un' de doi. Perche de gli huomini si può dir' questo generalmente, che sieno ingrati, volubili, simulatori, fuggittori de pericoli, cupidi di guadagno, et mentre fai lor' bene son' tutti tuoi, ti offeriscono il sangue, la robba, la vita, et i figli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto, ma quando ti s' appressa, si rivoltano. E quel' Principe che' si è tutto fondato in su le parole loro, truovandosi nudo d' altri preparamenti, rovina. Perche l' amicitie che s'acquistan' col' prezo, et non con grandeza et nobilità d' animo, si meritano, ma le non s' hanno, et a tempi non si possono spendere. Et gli huomini hanno men' rispetto d'offender' uno che si facci amare, che un' che si facci temere. Perche l'amor' è tenuto da un' vinculo d' obligo, il qual', per esser' li huomini tristi, da ogni occasione di propria utilità è rotto. Ma il timor' è tenuto da una paura di pena che non abbandona mai. Deve nondimeno il Principe farsi temer' in modo che, se non acquista l'amor' e fugga l'odio, perche può molto ben' star' insieme esser' temuto et non odiato. Il che farà sempre che s' astenga da la robba de suoi Cittadini et de suoi sudditi et da le donne loro, et quando pure gli bisognasse proceder' contro al' sangue di qualcuno, farlo quando vi sia giustification' conveniente et causa manifesta. Ma sopra tutto astenersi da la robba d' altri, perche gli huomini dimenticano più presto la morte del' padre che la perdita del' patrimonio; di poi le cagion' del' tòr' la robba non mancono mai, et sempre, colui che comincia a viver' con rapina, truova cagion' d'occupar' quel' d'altri; et per adverso contro al sangue son più rare, et mancan' più presto. Ma quando il Principe è con gli eserciti et ha in governo moltitudine di Soldati, al'hora è al tutto necessario non si curar' del' nome di crudele, perche senza questo nome non si tiene un' esercito unito ne disposto ad alcuna fattione. Intra le mirabil' attioni di Annibale si connumera questa, che, havendo uno esercito grossissimo, misto d' infinite generationi d'huomini, condotto a militar' in terre d'altri, non vi surgessi mai una dissensione, ne infra loro, ne contro el Principe, così ne la trista come ne la sua buona fortuna. Il che non poté nascer' da altro che da quella sua inhumana crudeltà, la qual', insieme con infinite sue virtù, lo fece sempre nel' cospetto de suoi soldati venerando et terribile. Et senza quella, l'altre sue virtù a far' quello effetto non gli bastavano; et gli scrittori poco considerati dal'una parte admirano queste sue attioni, et da l'altra dannano la principal' cagione d'esse. Et che sia il vero, che l' altre sue virtù non gli sarien' bastate, si può considerare in Scipione, rarissimo non solamente ne tempi suoi ma in tutta la memoria delle cose che si sanno, dal' qual' gli eserciti suoi in Hispagna si ribellorno: il che non nacque d'altro che de la sua troppa pietà, la quale haveva dato a soldati più licentia che a la disciplina militar' non si conveniva. La qual' cosa gli fù da Fabio Massimo nel' Senato rimproverata, nominandolo corruttor' della Romana militia. I Locrensi essendo stati da un' legato di Scipione distrutti, non furon' da lui vendicati, ne l' insolentia de quel' legato corretta, nascendo tutto da quella sua natura facile; talmente che, volendolo alcuno in Senato escusare, disse com' egli eran' molt' huomini che sapevan' meglio non errar' che corregger' gli errori d'altri. La qual' natura harebbe col' tempo violato la fama et la gloria di Scipione, se egli havessi con essa perseverato nel' Imperio; ma, vivendo sotto il governo del' Senato, questa sua qualità dannosa non solamente si nascose, ma gli fù a gloria. Conchiudo adunque, tornando a l'esser' temuto et amato, che, amando gli huomini a posta loro et temendo a posta del' Principe, deve un' Principe savio fondarsi in sù quello che è suo, non in sù quello che è d' altri; deve solamente ingegnarsi di fuggir' l'odio, come è detto.  
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        In che modo i principi debbiano osservare la Fede Cap .XVIII. Quanto sia laudabile in un' Principe mantenere la fede, et viver' con integrità, et non con astutia, ciascun' lo intende. Nondimeno si vede per esperientia ne nostri tempi quelli Principi haver' fatto gran' cose, che de la fede han' tenuto poco conto, et che hanno saputo con astutia aggirar' i cervegli de gli huomini, et a la fine hanno superato quelli che si son' fondati insù la lealtà. Dovete adunque sapere come son' doe generationi di combattere. L'una con le leggi. L'altra con le forze. Quel' primo modo è delli huomini, quel secondo è delle bestie, ma perche el primo spesse volte non basta, bisogna ricorrer' al' secondo. Per tanto a un' Principe è necessario saper' ben' usar' la bestia, et l' huomo. Questa parte è stata insegnata a Principi copertamente da gli antichi scrittori i quali scrivon' come Achille, et molt' altri di quelli Principi antichi furon' dati a nutrir' a Chirone Centauro che sotto la sua disciplina gli custodisse, il che non vuol' dir' altro l'haver' per precettor' un' mezo bestia, et mezo huomo, se non che bisogna a un' Principe saper' usar' l'una et l'altra natura, et l'una senza l'altra non è durabile. Essendo adunque un' Principe necessitato saper' ben' usar' la bestia, debbe di quelle pigliar' la Volpe, et il Leone, perch' il Leone non si defende da lacci, la Volpe non si defende da Lupi. Bisogna adunque esser' Volpe a conoscer' i lacci, et Leone a sbigottir' e Lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul' Leone, non se ne intendono. Non può per tanto un' signor' prudente, ne debbe osservar' la fede, quando tal' osservantia gli torni contrò et che sono spente le cagioni che la fecen' promettere. Et se gli huomini fussen' tutti buoni questo precetto non saria buono, ma perche son' tristi, et non l' osservarebbono a te, tu ancora non l'hai da osservar a loro, ne mai a un' Principe mancorno cagioni legittime di colorare l'inosservantia. Di questo se ne potrien' dar' infiniti essempi moderni, et mostrar' quanti paci, quante promesse sieno state fatte irrite et vane per l'infedelità de' Principi: et a quello che ha saputo meglio usar' la Volpe è meglio successo. Ma è necessario questa natura saperla ben' colorire et esser' gran' simulator' et dissimulatore; et son' tanto semplici gli huomini, et tanto obediscano a le necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare. Io non voglio degli essempi frechi tacerne uno. Alessandro Sesto non fece mai altro che ingannar' huomini, ne mai pensò ad altro, et trovò suggetto da poterlo fare; et non fù mai huomo che havesse maggior' efficacia in asseverar' et che con maggiori giuramenti affermasse una cosa et che l' osservasse meno; nondimanco gli succederno sempre gli inganni, perche conosceva bene questa parte del' mondo. A un' Principe adunque non è necessario havere tutte le soprascritte qualità, ma è ben' necessario parer' d'haverle; anzi ardirò di dir' questo: che, havendole et osservandole sempre, sono dannose, et, parendo d' haverle, son utili; come parer' pietoso, fedele, humano, religioso, intero, et essere, ma star' in modo edificato con l' animo, che, bisognando esser', tu possi et sappi mutare il contrario. Et hassi da intender' questo, che un' Principe et massime un' Principe nuovo non può osservar' tutte quelle cose per le quali gli huomini son' tenuti buoni, essendo spesso necessitato, per mantener' lo stato, operar' contro a la fede, contro a la charità, contro a l'humanità, contro a la religione. et però bisogna che egli habbia uno animo disposto a volgersi secondo che i venti et le variation' de la fortuna gli comandano, et come disopra dissi non partirsi dal' ben', potendo, ma saper' entrar' nel' male, necessitato. Deve adunque haver' un' Principe gran' cura che non gli esca mai di bocca una cosa che non sia piena de le soprascritte cinque qualità, et para a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto humanità, tutto religione: et non è cosa più necessaria a parer' d' havere che questa ultima qualità, perche gli huomini in universale giudicano più a gli occhi che a le mani; perche tocca a veder' a ciascuno, a sentire a pochi. Ogniun' vede quel' che tu pari, pochi sentono quel' che tu sei, et quelli pochi non ardiscono opporsi a la opinione di molti che habbino la maiesta de lo stato che gli defenda; et nelle attione de tutti gli huomini, et massime de Principi dove non è giudicio da reclamare, si guarda al' fine. Facci adunque un' Principe di viver', et mantener' lo stato: i mezi seranno sempre giudicati honorevoli et da ciascun' lodati; perche il vulgo ne va sempre preso con quello che par' et con lo evento della cosa, et nel' mondo non è se non vulgo, et li pochi han' loco quando li assai non hanno dove appoggiarsi. Alcun' Principe di questi tempi, il qual' non è ben' nominare, non predica mai altro che pace et fede, et l'una et l'altra quando l'havesse osservata, gli harebbe più volte tolto lo stato et la reputatione.  
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        Che e si debbe fuggire lo essere Disprezato et Odiato Cap .XIX. Ma perche, circa le qualità di che di sopra si fà mentione, io ho parlato de le più importanti, l'altre voglio discorrer' brevemente sotto queste generalitati: ch' il Principe pensi, come disopra in parte è detto, di fuggir' quelle cose che lo faccino odioso o contennendo, et qualunche volta fuggirà questo, harà adempito le parti sue et non troverrà nel' altre infamie pericolo alcuno. Odioso lo fa sopra tutto (com'io dissi) l'esser' rapace et usurpatore de la roba et de le donne de sudditi, di che si deve abstenere. Et qualunche volta alla università de gli huomini non si toglie ne robba ne honore, vìvon' contenti: et solo s' ha a combatter' con l'ambition' di pochi, la quale in molti modi et con facilità si raffrena. Contennendo lo fa esser' tenuto vario, leggere, effeminato, pusillanimo, inresoluto, da che un' Principe si deve guardar' come da un' scoglio, et ingegnarsi che nel' attioni sue si riconosca grandeza, animosità, gravità, forteza; et circa i maneggi privati de sudditi voler' che la sua sententia sia inrevocabile; et si mantenga in tale opinione che alcuno non pensi ne ad ingannarlo ne ad aggirarlo. Quel' Principe che dà di se questa opinione è riputato assai, et contro a chi è riputato assai con difficultà si congiura, et con difficultà è assaltato, pur'che s'intenda che sia eccellente et riverito da suoi. Perche un' Principe deve haver' due paure: una drento per conto de sudditi, l'altra di fuori per conto de potenti esterni. Da questa si defende con le buone armi et buoni amici: et sempre, se harà buone armi, harà buoni amici. Et sempre staranno ferme le cose di drento, quando stien' ferme quelle di fuora, se già le non fussero perturbate de una congiura: et quando pur' quelle di fuora movessero, è gli sarà ordinato, et vissuto come io ho detto, sempre (quando non s'abbandoni) sosterrà ogni impeto, come dissi che fece Nabide Spartano. Ma circa i sudditi, quando le cose di fuora non muovino, s'ha da temer' che non congiurino secretamente, del' che il Principe si assicura assai, fuggendo l'esser' odiato, et disprezato, et tenendosi il Popolo satisfatto di lui; il che è necessario conseguire, come di sopra si disse a lungo. Et uno de più potenti rimedij che habbia un' Principe contro le congiure, è non esser' odiato o diprezato da l'uniuersale: perche sempre chi congiura crede con la morte del' Principe satisfare al Popolo, ma, quando ei creda offenderlo, non piglia animo a prender' simil' partito, perche le difficultà che sono dalla parte de congiuranti sono infinite, per esperientia si vede molte essere state le congiure et poche haver' havuto buon' fine. Perche chi congiura non può essere solo, ne può prender' compagnia se non di quelli che creda esser' mal'contenti: et subito che a un' mal' contento tu hai scoperto l'animo tuo, li dai materia a contentarsi, perche manifestandolo lui ne può sperar' ogni comodità; talmente che, veggendo il guadagno fermo da questa parte, et da l'altra veggendolo dubbio et pieno di pericolo, convien' bene o che sia raro amico o che sia al tutto ostinato inimico del' Principe ad osservarti la fede. Et per ridur' la cosa in brevi termini, dico che da la parte del' congiurante non è se non paura, gelosia, sospetto di pena che lo sbigottisce; ma da la parte del' Principe è la maiestà del' Principato, le leggi, le difese de gli amici et de lo stato che lo defendono. Talmente che, agiunto a tutte queste cose la benevolentia Popolare, è impossibil' che alcun' sia sì temerario che congiuri. Perche per l'ordinario, dove un' congiurante ha da temere innanzi a la essecutione del' male, in questo caso debbe temere ancor' da poi, havendo per nimìco il Popolo, seguito l' eccesso, ne potendo per questo sperar' refugio alcuno. Di questa materia se ne potria dar' infiniti essempi, ma voglio solo esser' contento d' uno, seguito a la memoria de nostri padri. Messer' Annibale Bentivogli, Avolo del' presente Messer' Annibale, che era Principe in Bologna, essendo da Canneschi, che gli congiurorno contro, amazato, ne rimanendo di lui altri che Messer' Giovanni, quale era in fasce, subito doppò tal' homicidio si levò il Popolo et amazò tutti i Canneschi. Il che nacque da la benevolentia Popolare che la casa de Bentivogli haveva in quei tempi in Bologna, la qual' fù tanta che non vi restando alcuno che potessi, morto Annibale, regger' lo stato, et havendo inditio come in Firenze era un' nato de' Bentivogli, che si teneva fino al'hora figlio d' un' fabro, vennero i Bolognesi per quello in Firenze et li dettono il governo di quella Città qual' fù governata da lui fino a tanto che M. Giovanni pervenne in età conveniente al governo. Conchiudo adunque che un' Principe deue tener' de le congiure poco conto, quando il Popolo gli sia benivolo, ma quando gli sia inimico et habbilo in odio, deve temer' d'ogni cosa et da ognuno. Et li stati ben' ordinati et li Principi savij hanno con ogni diligentia pensato di non far' cader' in desperatione e grandi et di satisfare al Popolo et tenerlo contento, perche questa è una de le più importanti materie che habbi un' Principe. Intra i Regni ben' ordinati et governati a nostri tempi è quel' di Francia, et in esso si trovano infinite costitutioni buone, donde ne depende la libertà, et sicurtà del' Re: de le quali la prima è il parlamento et la sua autorità. Perche quello che ordinò quel' Regno, conoscendo l'ambition' de potenti et la insolentia loro, et giudicando esser' necessario lor' un' freno che gli correggesse, et da l'altra parte conoscendo l'odio de l'universale contro i grandi fondato in sù la paura, et volendo assicurarli, non volse che questa fussi particular' cura del' Re, per torli quel' carico che potessi haver' con i grandi, favorendo i Popolari, et con i Popolari, favorendo i grandi. Et però constituì un' iudice terzo, che fusse quello che senza carico del Re battessi i grandi et favorisse i minori. Ne potè esser' questo ordine meglior' ne più prudente, ne maggior' cagion' di sicurtà del Re et del' Regno. Di che si può trarre un' altro notabile: che li Principi debbono le cose di carico metter' sopra d' altri et le cose di gratia a se medesimi. Di nuovo conchiudo che un' Principe deve stimar' i grandi, ma non si far' odiar' dal' Popolo. Parrebbe forse a molti, considerata la vita et morte di molti Imperadori Romani, fussino essempi contrarij a questa mia oppinione, trovando alcuno esser' vissuto sempre egregiamente et mostro gran' virtù d'animo, nondimeno haver' perso l'Imperio, o vero essere stato morto da suoi che li hanno congiurato contro. Volendo adunque rispondere a queste obiettioni, discorrerò le qualitati d'alcuni Imperadori, mostrando la cagion' de la lor' rovina non disforme da quello che da me s' è addutto, et parte mettarò in consideratione quelle cose che sono notabili a chi legge l'attioni di quelli tempi. Et voglio mi basti pigliar' tutti quelli Imperadori che succederno nel' Imperio da Marco Philosofo a Massimino, li quali furono Marco, Commodo suo figlio, Pertinace, Iuliano, Severo, Antonino Caracalla suo figlio, Macrino, Heliogabalo, Alessandro et Massimino. Et è prima da notare che, dove ne gli altri Principati si ha solo a contendere con l'ambitione de grandi et insulentia de Popoli, gli Imperadori Romani havevano una terza difficultà d' haver' a sopportar' la crudeltà et avaritia de soldati. La qual' cosa era sì difficile che la fù cagione della rovina de molti, sendo difficile satisfare a i soldatì et a Popoli, perche i Popoli amano la quiete, et per questo amano i Principi modesti, et li soldati amano il Principe d' animo militar' et che sia insolente et crudele et rapace, le quali cose volevan' ch' egli essercitassi ne i Popoli per poter' haver' duplicato stipendio et sfogar' la lor' avaritia et crudeltà. Donde ne nacque che quelli Imperadori che per natura o per arte non havevano riputatione tale che con quella tenessero l'uno et l'altro in freno, sempre rovinavono. Et li più di loro, massime quelli che come huomini nuovi venivano al Principato, conosciuta la difficultà di questi doi diversi humori, si volgevano a satisfar' soldati, stimando poco lo iniuriar' il Popolo. Il qual' partito era necessario: perche, non potendo i Principi mancar' di non esser' odiati da qualcuno, si debbon' prima sforzare di non esser' odiati da l' università, et quando non posson' conseguir' questo, si debbon' ingegnar' con ogni industria, fuggir' l'odio di quelle universitati che sono più potenti. Et però quelli Imperadori che per novità havevan' bisogno di favori estraordinarij, adherivano a soldati più volentieri che alli Popoli: il che tornava loro nondimeno utile, o no, secondo che quel' Principe si sapeva mantenere reputato con loro. Da queste cagioni sopraddette nacque che Marco, Pertinace, et Alessandro, essendo tutti di modesta vita, amatori della iustitia, inimici della crudeltà, humani et benigni, hebboro tutti, da Marco in fuora, tristo fine. Marco solo visse et morì honoratissimo, perche lui succedé al' Imperio per ragion' d'heredità et non haveva a riconoscer' quello ne da i soldati ne da i Popoli. Dipoi, essendo àcompagnato da molte virtuti che lo facevano venerando, tenne sempre che visse l'un' ordine et l'altro drento a suoi termini, et non fù mai ne odiato ne disprezato. Ma Pertinace fù creato Imperadore contro a la voglia de soldati, li quali essendo usi a viver' licentiosamente sotto Commodo non poterono sopportare quella vita honesta a la qual' Pertinace li voleva ridurre, onde havendosi creato odio, et a questo odio aggiunto dispregio per l' esser' vecchio, rovinò ne primi principij de la sua administratione. Onde si deve notar' che l'odio s' acquista così mediante le buone opere come le triste, et però, com' io dissi di sopra, volendo un' Principe mantener' lo stato, è spesso forzato a non esser' buono. Perche quando quella università, o Popolo o soldati o grandi che sieno, della qual' tù giudichi per mantenerti haver' bisogno, è corrotta, ti convien' seguir' l'humor' suo et satisfarle: et al'hora le buone opere ti sono inimiche. Ma veniamo ad Alessandro, il qual' fù di tanta bontà che intra l'altre lode, che gli sono attribuite, è che in quattordici anni che tenne l' Imperio non fù mai morto da lui nissuno ingiudicato: nondimanco essendo tenuto effeminato et huomo che si lasciasse governar' da la madre, et per questo venuto in dispregio, conspirò contro di lui l'esercito et amazollo. Discorrendo hora per opposito, le qualitati di Commodo, di Severo, di Antonino Caracalla et di Massimino, gli troverrete crudelissimi et rapacissimi: li quali, per satisfar' a soldati, non perdonorno a nessuna qualità d' ingiuria che ne Popoli si potessi commettere. Et tutti eccetto Severo hebbero tristo fine; perche in Severo fù tanta virtù che, mantenendosi i soldati amici, ancor' che i popoli fusser' da lui gravati, potè sempre regnar' felicemente: perche quelle sue virtù lo facevano nel' cospetto de soldati et de popoli sì mirabile che questi rimanevano in un' certi modo attoniti et stupidi, et quelli altri reverenti et satisfatti. Et perche l'attioni di costui furono grandi in un' Principe nuovo, io voglio mostrar' brevemente, quanto egli seppe ben' usar' la persona de la Volpe et del' Leone, le quali nature dico come di sopra esser' necessarie ad imitar' a un' Principe.Conosciuta Severo la ignavia di Iuliano Imperador' persuase al' suo esercito (del' quale era in Schiavonia Capitano) che gli era ben' andare a Roma a vendicar' la morte di Pertinace, il qual' era stato morto della guardia Imperiale. Et sotto questo color', senza mostrar' di aspirar' al' Imperio, mosse l'esercito contro a Roma, et fù prima in Italia che si sapesse la sua partita. Arrivato a Roma, fù dal' Senato per timor' eletto Imperador' et morto Iuliano. Restavano a Severo doppò questo principio doe difficultà a volersi insignorir' di tutto lo stato. L'una in Asia, dove Nigro capo degli eserciti Asiatici s' era fatto chiamar' Imperadore. L'altra in Ponente de Albino, il qual' ancor' lui aspirava a l'Imperio. Et perche giudicava periculoso scoprirsi inimico a tutti a doi, deliberò di assaltar' Nigro et ingannar' Albino, al qual' scrisse come, essendo dal Senato eletto Imperadore, voleva participar' quella dignità con lui et mandoli il titolo di Cesare et per deliberatione del' Senato se l'aggiunse collega. Le quali cose furno accettate da Albino per vere. Ma poi che Severo hebbe vinto et morto Nigro et pacate le cose Orientali, ritornatosi a Roma, si querellò in Senato di Albino che, come poco conoscente de beneficij ricevuti da lui, haveva a tradimento cerco d'amazarlo: et per questo era necessitato andar' a punire la sua ingratitudine. Di poi andò a trovarlo in Francia, et gli tolse lo stato et la vita. Chi esaminerà adunque tritamente l'attioni di costui, lo troverrà un' ferocissimo Leone et una astutissima Volpe, et vedrà quello temuto et reverito da ciascuno et dagli eserciti non odiato, et non si maraviglierà se lui huomo nuovo harà possuto tener' tanto Imperio, perche la sua grandissima reputatione lo difese sempre da quel' odio, che i popoli per le sue rapine havevon' possuto concipere. Ma Antonino suo figliolo fù ancor' lui eccellentissimo, et haveva in se parti che lo facevano admirabile nel' cospetto de popoli et grato a soldati, perche era huomo militare, sopportantissimo d'ogni fatica, disprezator' d'ogni cibo delicato et d'ogn' altra mollitie, la qual' cosa lo faceva amare da tutti li eserciti. Nondimeno la sua ferocia et crudeltà fù tanta et sì inaudita, per haver' doppò molte occasioni particulari morto gran' parte del' popol' di Roma et tutto quel' d'Alessandria, che diventò odiosissimo a tutto il mondo et cominciò a esser' temuto da quelli ancora ch' egli haveva intorno, in modo che fù amazato da un' Centurione in mezo del' suo esercito. Dove è da notar' che queste simili morti, le quali seguitano per deliberatione di un' animo deliberato, non si possono da Principi evitare, perche ciascun che non si curi di morire lo può fare. Ma deve ben' il Principe temerne meno, perche le son' rarissime. Deve solo guardarsi di non fare ingiuria grave ad alcun' di coloro de quali si serve et che gli' ha d'intorno al' servitio del' suo Principato, come haveva fatto Antonino, il qual' haveva morto contumeliosamente un' fratel' di quel Centurione et lui ogni giorno minacciava, et nientedimeno lo teneva a la guardia del' suo corpo, il che era partito temerario et da rovinarvi, come gl'intervenne. Ma vegniamo a Commodo, al' qual' era facilità grande tener' l'Imperio per haverlo hereditario, essendo figliuol' di Marco, et solo gli bastava seguir' le vestigia del' padre, et a popoli et a soldati harebbe satisfatto. Ma essendo d'animo crudele et bestiale, per poter' usar' la sua rapacità ne popoli, si volse ad intratenere li eserciti et fargli licentiosi. Dal'altra parte, non tenendo la sua degnità, descendendo spesso nelli Theatri a combattere co gladiatori et facendo altre cose vilissime et poco degne de la maiestà Imperiale, diventò contennendo nel' cospetto de soldati. Et essendo odiato da una parte et da l'altra disprezato, fù cospirato contro di lui et morto. Restaci a narrare la qualità di Massimino. Costui fù huomo bellicosissimo, et essendo li eserciti infastiditi da la mollitie d' Alessandro, del' qual' è di sopra discorso, morto lui lo elessero al' Imperio, il qual' non molto tempo possedette perche doe cose lo fecero odioso et contennendo. L'una, l'esser' lui vilissimo per haver' guardate le pecore in Thracia, la qual' cosa era per tutto notissima, et gli faceva una gran' dedignation' nel' cospetto di ciascuno.L'altra, perche havendo nel' ingresso del' suo Principato differito l'andare a Roma et entrare nella possessione della sedia Imperiale, haveva dato opinione di crudelissimo, havendo per li suoi prefetti in Roma et in qualunque luoco dell' Imperio esercitato molte crudeltà. A tal' che, comosso tutto il mondo da lo sdegno per la viltà del' suo sangue, da l'altra parte da l'odio per la paura della sua ferocia, prima l'Africa, di poi el Senato, con tutto il popol' di Roma et tutta l'Italia, gli cospirò contro, al che si aggiunse el suo proprio esercito, il qual', campeggiando Aquileia et truovando difficultà nella espugnatione, infastidito de la crudeltà sua, et per vederli tanti inimici, temendolo meno, lo amazò. Io non voglio ragionare ne di Heliogabalo ne di Macrino ne di Iuliano, i quali per esser' al tutto contennendi si spensero subito, ma verrò a la conclusione di questo discorso; et dico che li Principi de nostri tempi hanno meno questa difficultà di satisfar' estraordinariamente a soldati ne governi loro, perche, non ostante che s' habbi d' haver' a quelli qualche consideratione, pur' si risolve presto per non haver' alcun' di questi Principi eserciti insieme che siano inveterati con li governi et administrationi de le Provincie, com' erano gli eserciti del' Imperio Romano. Et però, se allhora era necessario satisfar' a soldati più che a popoli, era perche i soldati potevano più che i popoli, hora è più necessario a tutti i Principi, eccetto che al Turco et al' Soldano, satisfar' a popoli che a soldati, perche i popoli posson' più che quelli. Di che io ne eccettuo el Turco, tenendo sempre quello intorno dodeci milia fanti et quindeci milia cavalli, da quali depende la sicurtà et la forteza del' suo regno, et è necessario che, postposto ogn' altro respetto de popoli, se li mantenga amici. Simile è il regno del' Soldano, quale, essendo tutto in mano de' soldati, convien' che ancora lui, senza rispetto de popoli, se li mantenga.. Et havete a notar' che questo stato del' Soldano è disforme a tutti gli altri Principati, perche egli è simile al' Pontificato Christiano, il qual' non si può chiamar' Principato hereditario ne Principato nuovo, perche non i figli del' Principe morto rimangono heredi et Signori, ma colui che è eletto a quel' grado da colloro che n' hanno autorità. Et essendo questo ordine antichato, non si può chiamar' Principato nuovo, perche in quello non sono alcune di quelle difficultati che sono ne nuovi, perche, se bene il Principe è nuovo, gli ordini di quello stato son' vecchi et ordinati a riceverlo come se fusse lor' Signore hereditario. Ma torniamo alla materia nostra; dico che qualunque considererà el' sopradetto discorso, vedrà o l'odio o l' dispregio esser' stato causa de la rovina di quelli Imperadori prenominati; et conoscerà ancora donde nacque che, parte di loro procedendo in un' modo et parte al contrario, in qualunche di quelli uno hebbe felice et gli altri infelice fine. Perche a Pertinace et Alessandro, per esser' Principi nuovi, fù inutile et dannoso il voler' imitar' Marco, che era nel' Principato hereditario; et similmente a Caracalla, Commodo et Massimino esser' stata cosa pernitiosa imitar' Severo, per non haver' havuta tanta virtu che bastassi a seguitare le vestigia sue. Per tanto un' Principe nuovo in un' Principato non può imitar' le attioni di Marco, ne ancora è necessario imitar' quelle di Severo, ma deve pigliar' di Severo quelle parti che per fondar' il suo stato son' necessarie, et da Marco quelle che sono convenienti et gloriose a conservare un' stato che sia digia stabilito et fermo.  
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        Se le fortezze et molte altre cose che spesse volte i Principi fanno sono utili o dannose Cap .XX . Alcuni Principi per tener' securamente lo stato hanno disarmato i lor' sudditi, alcuni altri hanno tenuto divise in parti le terre suggette. Alcuni altri hanno nutrito inimicitie contro a se medesimi, alcuni altri si sono volti a guadagnarsi quelli che gli erano sospetti nel' principio del' suo stato. Alcuni hanno edificato forteze, alcuni le hanno rovinate et distrutte. Et benche di tutte queste cose non vi possa dar' determinata sententia, se non si viene a particulari di questi stati dove s' havessi da pigliar' alcuna simil' deliberatione, non dimeno io parlerò in quel' modo largo che la materia per se medesima sopporta. Non fù mai adunque chè un' Principe nuovo disarmasse i suoi sudditi: anzi, quando gli ha trovato disarmati, gli ha sempre armati, perche, armandosi, quelle armi diventano tue, diventano fedeli quelli che ti son' sospetti, et quelli ch' eron' fedeli si mantengono, et gli sudditi si fanno tuoi partigiani. Et perche tutti i sudditi non si possono armare, quando si benefichino quelli che tu armi, con gli altri si può far' più a sicurtà: et quella diversita del' procedere, che conoscono in loro, gli fa tuoi obligati; quelli altri ti scusano, giudicando esser' necessario quelli haver' più merito che hanno più pericolo et più obligo. Ma quando tu gli disarmi, tu incominci ad offenderli, et mostrar' che tu habbi in loro diffidentia, o per viltà o poca fede, et l'una et l'altra di queste opinioni concipe odio contro di te; et perche tu non puoi star' disarmato, convien' che ti volti a la militia mercennaria, de la qual' di sopra habbian' detto quale sia; et quando ella fusse buona, non può esser' tanto che ti defenda da nimici potenti et da sudditi sospetti. Però, com' io ho detto, un' Principe nuovo in uno nuovo Principato sempre vi ha ordinato l'armi. Di questi essempi son' piene l'historie. Ma quando un' Principe acquista uno stato nuovo, che come membro s'aggiunga al' suo vecchio, al'hora è necessario disarmare quello stato, eccetto quelli che nello acquistarlo si sono per te scoperti. Et questi ancora col' tempo et occasioni bisogna render molli et effeminati, et ordinarsi in modo che tutte l' armi del' tuo stato sieno in quelli soldati tuoi proprij che ne lo stato tuo antico vivono appresso di te. Solevano li antichi nostri, et quelli che erano stimati savij, dir come era necessario tener' Pistoia con le parti et Pisa con le forteze; et per questo nutrivano in qualche terra lor' suddita le differentie per possederla più facilmente. Questo, in quel' tempo che Italia era in un' certo modo bilanciata, doveva esser' ben' fatto, ma non mi pare si possa dar' hoggi per precetto, perche io non credo che le divisioni fatte faccino mai ben' alcuno, anzi è necessario, quando il nimico s'accosta, che le Cittati divise si perdino subito, perche sempre la parte più debile s' accostera a le forze esterne et l'altra non potrà reggere. I Vinitiani, mossi (com' io credo) da le ragioni sopraditte, nutrivano le sette Guelfe et Ghibelline ne le Città lor' suddite, et ben'che non le lassasser' mai venir' al' sangue, pur' nutrivan' fra lor' questi dispareri, accioche, occupati quelli Cittadini in quelle differentie, non si movessero contro di loro. Il che, come si vidde, non tornò poi loro a proposito. Perche, essendo rotti a Vaila, subito una parte di quelle prese ardire et tolson' lor' tutto lo stato. Arguiscono pertanto simili modi deboleza del' Principe, perche in un' Principato gagliardo mai si permetteranno tali divisioni, perche le fanno solo profitto a tempo di pace, potendosi mediante quelle più facilmente maneggiare i sudditi; ma venendo la guerra, mostra simil' ordin' la fallacia sua. Senza dubbio li Principi diventono grandi quando superano le difficultà et le oppositioni che son' fatte loro; et però la fortuna (massime quando vuol' far' grande un' Principe nuovo, il qual' ha maggior' necessità d' acquistar' riputatione che uno hereditario) gli fa nascer' de nimici et gli fa far' del' imprese contro, accioche quello habbia cagion' di superarle, et, sù per quella scala che gli hanno portata i nimici suoi, salir' più alto. Et però molti giudicano che un' Principe savio, quando n' habbia l'occasione, deve nutrirsi con astutia qual'che inimicitia accio che, oppressa quella, ne seguiti maggior' sua grandeza. Hanno i Principi, et spetialmente quelli che son' nuovi, trovato più fede et più utilità in quelli huomini che nel' principio del' loro stato son' tenuti sospetti, che in quelli che nel' principio erano confidenti. Pandolpho Petrucci, Principe di Siena, reggeva lo stato suo più con quelli che li furon' sospetti che co gli altri. Ma di questa cosa non si può parlar' largamente, perche ella varia secondo el subietto; solo dirò questo, che quelli huomini che nel' principio d'un' Principato erano stati inimici, se sono di qualità che a mantenersi habbin' bisogno d'appoggio, sempre il Principe con facilità grandissima se li potrà guadagnare, et loro maggiormente son' forzati a servirlo con fede, quanto conoscono esser' loro più necessario cancellare con l'opere quella opinione sinistra che si haveva di loro. Et così el Principe ne trahe sempre più utilità che di coloro i quali, servendolo con troppa sicurtà, stracurano le cose sue. Et poi che la materia lo ricerca, non voglio lasciar' indrieto il ricordar' a un' Principe che ha preso uno stato di nuovo, mediante i favori intrinsechi di quello, che consideri bene qual' cagion' habbi mosso quelli che l'hanno favorito, a favorirlo, Et se ella non è affettione naturale verso di quello, ma fussi solo perche quelli non si contentavano di quello stato, con fatica et difficultà grande se gli potrà mantener' amici, perche e fia impossibile che lui possa contentarli. Et discorrendo bene, con quelli essempi che da le cose antiche et moderne si traggono, la cagion' di questo, vedrà esser' molto più facile il guadagnarsi amici quelli huomini che dello stato innanzi si contentavano, et però eron' suoi inimici, che quelli i quali, per non se ne contentare, li diventorno amici et favorirno ad occuparlo. È stata consuetudine de Principi per poter' tener' più securamente lo stato loro edificar' forteze che sieno briglia et freno di quelli che disegnasseno far' lor' contro, et haver' refugio securo da un' primo impeto. Io lodo questo modo, perche gli è usitato antichamente: nondimanco, Misser' Niccolò Vitelli, ne tempi nostri, s' è visto disfare due forteze in Città di Castello per tener' quello stato ; Guido Ubaldo Duca d' Urbino, ritornato nel' suo stato donde da Cesar' Borgia era stato cacciato, rovinò da fondamenti tutte le forteze di quella provincia et giudicò senza quelle havere a riperdere più difficilmente quello stato; i Bentivogli ritornati in Bologna, usorno simil' termine. Sono adunque le forteze utili, o no, secondo li tempi, et se ti fanno bene in una parte, t' offendono in un' altra. Et puossi discorrer' questa parte così. Quel' Principe che ha più paura de Popoli che de forestieri, deve far' le forteze, ma quello che ha più paura de forestieri che de Popoli, deve lasciarle indrieto. A la casa Sforzesca ha fatto et farà più guerra el Castel' di Milano, che ve lo edifico Francesco Sforza, che alcun' altro disordine di quello stato. Però la miglior' forteza che sia è non esser' odiato da Popoli, perche, ancora che tù habbi la forteza et il Popol' t' habbi in odio, le non ti salvano, perche non mancono mai a Popoli (preso che gli hanno l'armi) forestieri che gli soccorrino. Ne tempi nostri, non si vede che quelle habbin' fatto profitto ad alcun' Principe, se non a la Contessa di Furlì, quando fù morto el Conte Girolamo suo Consorte, perche mediante quella poté fuggir' l'impeto Popolar' et aspettar' il Soccorso da Milano et recuperar' lo stato; et li tempi stavano al'hora in modo che il forestier' non poteva soccorrer' il' Popolo Ma di poi valsono ancor' poco a lei quando Cesare Borgia l'assaltò et ch'el' Popolo, inimico suo, si congiunse col' forestiero. Per tanto, et al'hora et prima, saria stato più securo a lei non esser' odiata dal' Popolo, che haver' le forteze. Considerate adunque queste cose, io lodarò chi farà forteze et chi non le farà; et biasmarò qualunque, fidandosi di quelle, stimerà poco lo esser' odiato da Popoli.  
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        Come si debba governare un' Principe per acquistarsi riputatione Cap .XXI. Nessuna cosa fà tanto stimar' un' Principe, quanto fanno le grandi Imprese et dar' di se essempli rari. Noi habbiamo ne nostri tempi Ferrando Re di Aragona, presente Re di Spagna; costui si può chiamare quasi Principe nuovo, perche d'un' Re debile è diventato per fama et per gloria il primo Re de Christiani; et se considerarete le attioni sue, le trovarete tutte grandissime et qualunche estraordinaria. Egli nel' principio del' suo Regno assaltò la Granata, et quella impresa fù il fondamento de lo stato suo. In prima, e la fece ocioso et senza sospetto di esser' impedito; tenne occupati in quella li animi de i Baroni di Castiglia, et quali, pensando a quella guerra, non pensavano ad innovare, et lui acquistava in questo mezo riputatione et Imperio sopra di loro, che non sen'accorgevano; poté nutrire, con denari de la Chiesa et de Popoli, gli eserciti, et con quella guerra longa fare fondamento a la militia sua, la qual' dipoi l'ha honorato. Oltra questo per poter' intraprender' maggiori imprese, servendosi sempre de la religione, si volse a una pietosa crudeltà, cacciando et spogliando il suo Regno di Marrani. Ne puo esser' questo essempio più miserabile et più raro. Assaltò, sotto questo medesimo pretesto, l'Affrica. Fece l'impresa di Italia, ha ultimamente assaltato la Francia et così sempre ordito cose grandi, le quali hanno sempre tenuto sospesi et ammirati li animi de sudditi, et occupati nello evento d' esse. Et sono nate queste sue attioni in modo l'una da l'altra, che non hanno dato mai spatio a li huomini di poter' quietar' et operarli contro. Giova assai ancora a un' Principe dare di se essempi rari circa el' governo di drento, simili a quelli che si narrano di Misser' Bernardo da Milano, quando s' ha l'occasione di qualcuno che operi qualche cosa estraordinaria, o in bene, o in male, ne la vita Civile: et pigliar' un' modo, circa il premiarlo o punirlo, di che s' habbi a parlar' assai. Et sopra tutto un' Principe si debba ingegnare dare di se in ogni sua attioni sua fama di grande et eccellente. È ancora stimato un' Principe, quando ègli e vero amico et vero inimico, cioè quando senza alcun' respetto si scuopre in favor' d'alcuno contro un altro. Il qual' partito fia sempre più utile che star' neutrale. Perche se doi potenti tuoi vicini vengono a le mani, o essi sono di qualità che, vincendo un' di quelli, tù habbi da temere del vincitore, o nò. In qualunche di questi doi casi sempre tì sarà più utile lo scoprirti et far' buona guerra. Perche nel primo caso, se tù non tì scuopre, sarai sempre preda di chi vince, con piacere et satisfattione di colui ch' è stato vinto, et non harai ragione ne cosa alcuna, che tì defende, ne chi tì riceva. Perche chi vince, non vuol' amici sospetti et che ne l'adversitate non l'aiutino. Chi perde non ti riceve per non haver' tu voluto con l' armi in mano correr' la fortuna sua. Era passato Antiocho in Grecia, messovi da gli Etoli per cacciarne i Romani, mandò Antiocho oratori a gli Achei che erano amici de Romanì a confortargli a star' di mezo, et da altra parte, i Romani gli persuadevano a pigliar' l'armi per loro. Venne questa cosa a diliberarsi nel' concilio de gli Achei, dove il legato d'Antiocho gli persuadeva a stare neutrali; a che il legato Romano rispose : quanto alla parte che si dice esser' ottimo et utilissimo a lo stato vostro, il non v'intromettere nella guerra nostra, niente vi è più contrario, imperoche, non vi ci intromettendo, senza gratia et senza riputatione alcuna resterete premio del' vincitore. Et sempre interverrà che quello che non ti è amico ti richiederà della neutralità, et quello che tì è amico ti ricercherà che tì scuopra con l'armi. Et li Principi mal' resoluti, per fuggire i presenti pericoli, seguono el più de le volte quella via neutrale, et il più de le volte rovinano. Ma quando il Principe si scuopre gagliardamente in favor' d'una parte, se colui con chi tù adherisci vince, ancora che sia potente et che tù rimanga a sua discretione, egli ha teco obligo, et vi è contratto l' amore, et gli huomini non son' mai sì dishonesti che, con tanto essempio d' ingratitudine, ti opprimessero. Di poi le vittorie non sono mai sì prospere che il vincitor' non habbia ad haver' qualche rispetto, et massime alla iustitia. Ma se quello con il quale tù ti adherisci perde, tù se ricevuto da lui, et mentre che può t'aiuta, et deventi compagno d'una fortuna che può resurgere. Nel' secondo caso, quando quelli che combattono insieme sono di qualità che tù non habbia da temere di quel' che vince, tanto più è gran prudentia lo adherir', perche tù vai a la rovina d'uno con l' aiuto di chi lo deverebbe salvare, se fussi savio; et vincendo rimane alla tua discretione, et è impossibile che, con l' aiuto tuo, non vinca. Et qui è da notare che un' Principe deve advertir' di non far' mai compagnia con un' più potente di se, per offender' altri, se non quando la necessità lo strigne, come di sopra si dice, perche vincendo lui, tù rimani a sua discretione: et li Principi debban' fuggire quanto possano lo star' a discretion' d'altri. I Vinitiani s' accompagnorno con Francia contro al Duca di Milano, et potevon' fuggir' di non far' quella compagnia: di che ne risultò la rovina loro. Ma quando non si può fuggirla, come intervenne a Fiorentini quando il Papa et Spagna andorno con li eserciti ad assaltare' la Lombardia, al'hora vi deve il Principe adherire per le sopraditte ragioni. Ne creda mai alcuno stato poter' pigliar' partiti sicuri, anzi pensi d' haver' a prender'gli tutti dubij; perche si truova questo, nello ordine de le cose, che mai non si cerca fuggir' uno inconveniente che non s'incorra in un' altro'. Ma la prudentia consiste in saper' conoscer' le qualitati de gli inconvenienti et prendere il modo tristo per buono. Deve ancor' un' Principe mostrarsi amatore de le virtuti et honorar' li eccellenti in ciascuna arte. Appresso deve animare li suoi Cittadini di poter' quietamente essercitar' li esercitij loro, et ne la mercantia et ne l'agricultura et in ogni altro esercitio de gli huomini; accioche quello non si astenga d'ornare le sue possessioni per timor' che non gli sien' tolte, et quel' altro d'aprir' un trafico per paura de le taglie. Ma deve preparar' premij a chi vuol' far' queste cose et a qualunche pensa in qualunche modo d'ampliar' la sua Città o l' suo stato. Deve oltre a questo, ne tempi convenienti de l' anno, tener' occupati li popoli con feste et spettacoli; et perche ogni Città è divisa o in arti o in tribu, deve tener conto di quelli universitati, adunarsi con loro qualche volta, dar' di se essempio d'humanità et magnificentia, tenendo nondimeno sempre ferma la maiestà de la dignità sua perche questo non si vuole mai che manchi in cosa alcuna.  
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        Delli segretarii de principi Cap .XXII. Non è di poca importantia a un' Principe la elettion' de ministri, li quali sono buoni, o no, secondo la prudentia del' Principe. Et la prima coniettura, che si fà d'un' Signore et del' cervel' suo, è veder' gli huomini che lui ha d'intorno: et quando sono sufficienti et fedeli, sempre si può reputarlo savio, perche ha saputo conoscerli sufficienti et mantenerseli fedeli. Ma quando siano altrimenti, sempre si può far' non buon' iudicio di lui: perche il primo error' ha fatto in questa elettione. Non era alcuno che conoscesse Messer' Antonio da Venafro per ministro di Pandolpho Petrucci, Principe di Siena, che non iudicasse Pandolpho esser' prudentissimo huomo, havendo quello per suo ministro. Et perche son' di tre generationi cervelli, l'uno intende per se, l'altro intende quando da altri gli è monstrò, il terzo non intende ne per se stesso ne per demonstratione d'altri. Quel primo è eccellentissimo, il secondo eccellente, il terzo inutile. Conveniva per tanto di necessità che, se Pandolpho non era nel' primo grado, fusse nel' secondo. Perche ogni volta ch' uno ha il iudicio di conoscer' il bene et il male che un' fà et dice, anchora che da se non habbia inventione, conosce l'opere triste et le buone del' ministro et quelle esalta et l'altre corregge: et il ministro non può sperar' d' ingannarlo et mantiensi buono. Ma come un' Principe possa conoscer' il ministro, ci è questo modo che non falla mai. Quando tu vedi il ministro pensar' più a se chè a te, et che in tutte l'attioni vi ricerca l'util' suo, questo tal' così fatto mai non fia buon' ministro, non mai te ne potrai fidar'. Perche quello che ha lo stato d'uno in mano, non deve pensare mai a se, ma al Principe, et non li ricordar' mai cosa, che non appartenga a lui. Et da l'altra parte il Principe, per mantenerlo buono, deve pensar' al ministro, honorandolo, facendol' riccho, obligandoselo, participandoli gli honori et carichi, accioche gli assai honori, l'assai ricchezze concesseli, sian' causa che egli non desideri altri honori et ricchezze, et gli assai charichi gli faccino temere le mutationi, conoscendo non potere reggersi senza lui. Quando adunque i Principi et li ministri son' così fatti, posson' confidare l'uno de l'altro, quando altrimenti, il fin sarà sempre dannoso o per l'uno o per l'altro.  
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        Come si debbiano fuggire gli Adulatori Cap .XXIII. Non voglio lasciar' indrieto un capo importante et un' error' dal' quale e Principi con difficultà si defendono, se non son' prudentissimi o se non hanno buona elettione. Et questo è quello delli adulatori, de li quali le carti son' piene, perche gli huomini si compiacciono tanto ne le cose lor' proprie, et in modo vi s'ingannano, che con difficultà si defendono da questa peste. Et a volersene difender' si porta pericolo di non diventar' contennendo. Perche non c'è altro modo a guardarsi da le adulationi, se non che gli huomini intendino che non t'offendono a dirti il vero. Ma quando ciascuno può dirti il vero, ti manca la reverentia. Pertanto un' Principe prudente deve tener' un' terzo modo, eleggendo nel' suo stato huomini savij, et solo a quelli deve dar' libero arbitrio a parlargli la verità, et di quelle cose sole che lui domanda et non d'altro, ma deve domandargli d'ogni cosa et udir' l'oppinioni loro, di poi deliberar' da se a suo modo; con questi consigli et con ciascun' di loro portarsi in modo che ognun' conosca che, quanto più liberamente si parlerà, tanto più gli sarà accetto. Fuori di quelli, non voler' udir' alcuno, andar' drieto a la cosa deliberata et esser' ostinato ne le deliberationi sue. Chi fa altrimenti, o precipita per li adulatori o si muta spesso per la variation' de pareri, di che nasce la poca estimation' sua. Io voglio a questo proposito addurre un' essempio moderno. Pre Luca, huomo di Massimiliano presente Imperadore, parlando di sua maiestà disse come non si consigliava con persona et non faceva mai d'alcuna cosa a suo modo. Il che nasceva da tener' contrario termine al sopradetto, perche l' Imperador' è huomo segreto, non comunica li suoi secreti con persona, non ne piglia parer' ma come nel' mettergli àd efetto s'incominciano a conoscer' et scoprir', gl' incominciano ad esser' contradetti da coloro che gli ha d'intorno, et quello come facile se ne stoglie. Di qui nasce che quelle cose che fa l'un' giorno, distrugge l'altro, et che non s' intenda mai quel che vogli o disegni fare, et che sopra le sue deliberationi non si può fondare. Un' Principe per tanto debbe consigliarsi sempre, ma quando lui vuole et non quando altri vuole: anzi debbe torre l'animo a ciascuno di consigliarlo d'alcuna cosa, se non gl'ene domanda; ma lui deve ben' esser' largo domandatore et di poi, circa le cose domandate, patiente auditor' del' vero, anzi intendendo che alcuno per qualche respetto non gl'ene dica, turbarsene. Et perche alcuni stimano che alcun' Principe, il quale da di se oppinione di prudente, sia così tenuto non per sua natura ma per li buoni consigli che lui ha d'intorno, senza dubbio s'ingannano. Perche questa non falla mai et è regola generale che un' Principe, il quale non sia savio per se stesso, non può esser' consigliato bene, se già a sorte non si rimettesse in un' solo che al tutto lo governasse, che fussi huomo prudentissimo. In questo caso potrà bene esser' ben' governato, ma durerebbe poco perche quello governatore in breve tempo gli torrebbe lo stato. Ma consigliandosi con più d'uno, uno Principe che non sia savio non harà mai uniti consigli ne sapra per se stesso unirli; de i consiglieri ciascuno penserà alla proprietà sua, et egli non saprà ne corregger' ne conoscere; et non si possono trovare altrimenti, perche gli huomini sempre ti riusciranno tristi, se da una necessità non son' fatti buoni. Però si conchiude che li buoni consigli, da qualunche venghino, conviene naschino dalla prudentia del' Principe et non la prudentia del Principe da buoni consigli.  
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        Perche i principi de Italia habbino perduto i loro stati Cap .XXIIII. Le cose supraditte, osservate prudentemente, fanno parer' un' Principe nuovo antico, et lo rendono subito più sicuro et più fermo ne lo stato che se vi fusse antichato drento. Perche un' Principe nuovo è molto più osservato nelle sue attioni che uno hereditario: et quando le son' conosciute virtuose, si guadagnano molto più gli huomini et molto più gl'obligano che' l sangue antico. Perche gli huomini sono molto più presi da le cose presenti che da le passate; et, quando nelle presenti ei trovano il bene, vi si godono et non cercano altro, anzi pigliano ogni difesa per lui, quando il Principe non manchi ne l' altre cose a se medesimo. Et così harà duplicata gloria, di haver' dato principio a uno Principato nuovo et ornatolo et corroboratolo di buone leggi, di buone armi, di buoni amici, et di buoni essempi; come quello harà duplicata vergogna che' è nato Principe et, per sua poca prudentia, l'ha perduto. Et se si considera quelli signori che in Italia hanno perduto lo stato ne nostri tempi, come il Re di Napoli, Duca di Milano et altri, si troverrà in loro, prima, un' comune defetto quanto a l' armi, per le cagioni che di sopra allungo si sono discorse. Di poi si vedrà alcun' di loro, o che havra havuti inimici i popoli, o, se harà havuto amico il popolo, non si sarà saputo assicurare de grandi. Perche senza questi defetti non si perdono li stati che habbino tanti nervi, che possino tenere un' esercito a la campagna. Philippo Macedone, non il padre di Alessandro Magno, ma quello qual' fù da Tito Quinto vinto, haveva non molto stato, respetto a la grandeza de Romani et di Grecia che lo assaltò ; nientedimeno, per esser' huomo militare et che sapeva intratenere i popoli et assicurarsi de grandi, sostenne più anni la guerra contro di quelli; et se a la fine perdé il dominio di qualche Città, li rimase non dimanco il regno. Per tanto questi nostri Principi, i quali di molti anni erano stati nel' loro Principato, per haverlo di poi perso, non accusino la fortuna ma la ignavia lor', perche non havendo mai ne tempi quieti pensato che possino mutarsi (il che è comune defetto degli huomini non far' conto nella bonaccia de la tempestà) quando poi vennerò i tempi adversi, pensorno a fuggirsi, non a defendersi, et sperorno che i popoli infastiditi per la insolentia de vincitori li richiamassero. Il qual' partito, quando mancono gl' altri, è buono; ma è ben' male haver' lasciato gli altri remedij per quello, perche non si vorrebbe mai cadere per creder' poi trovar' chi ti ricolga. Il che o non adviene o, se gli adviene, non è con tua sicurtà, per esser' quella difesa sua vile et non dependere da te; et quelle difese solamente sono buone, certe et durabili, che dependono da te proprio et da la virtù tua.  
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        Quanto possa nelle humane cose la Fortuna et in che modo se gli possa obstare Cap .XXV. Non mi è incognito come molti hanno havuto et hanno oppinione che le cose del' mondo sieno in modo governate, dalla Fortuna, et da Dio, che li huomini con la prudentia loro non possino correggerle, anzi non vi habbino rimedio alcuno; et per questo potrebbeno iudicare che non fusse da insudare molto ne le cose, ma lasciarsi governare dalla sorte. Questa oppinione è suta più creduta ne nostri tempi per la variation' grande delle cose che si son' viste et veggonsi ogni dì, fuor' d' ogni humana coniettura. Al' che pensando io qualche volta, sono in qualche parte inchinato ne la oppinion' loro. Nondimanco, perche il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico poter' esser' vero che la Fortuna sia arbitra de la metà de le attioni nostre. Ma che ancora ella ne lasci governare l'altra metà o poco meno a noi. Et assomiglio quella a un' fiume rovinoso che, quando è s' àdira, allaga i piani, rovina gli arbori et li edificij, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell'altra, ciascuno gli fugge davanti, ognun' cede al suo furore, senza potervi obstare. Et benche sia così fatto, non resta però che gli huomini quando sono tempi quieti, non vi possino fare provedimenti, et con ripari et con argini, in modo che, crescendo poi, o gli anderebbe per un' canale o l'impeto suo non sarebbe si licentioso et dannoso. Similmente interviene de la Fortuna, la quale dimostra la sua potentia dove non è ordinata virtù a resistere: et quivi volta i suoi impeti, dove la sà che non son' fatti gli argini ne i ripari a tenerla. Et se voi considerarete la Italia (che è la sede di queste variationi et quella che ha dato loro il moto) vedrete esser' una Campagna senza argini et senza alcun' riparo : che, se la fussi reparata da conveniente virtù (come è la Magna, la Spagna et la Francia) questa inundatione non havrebbe fatto le varìationi grandi che l'ha, o la non ci sarebbe venuta. Et questo voglio basti haver' detto quanto al' opporsi a la Fortuna in universale. Ma restringendomi più al' particulare, dico come si vede hoggi questo Principe felicitare et domane rovinare, senza vederli haver' mutato natura o qualità alcuna. Il che credo nasca, prima, dalle cagioni che si sono lungamente per lo adrieto trascorse, cioè che quel' Principe che s' appoggia tutto in sù la Fortuna, rovina come quella varia. Credo ancora che sia felice quello il modo del' cui procedere si riscontra con la qualità de tempi, et similmente sia infelice quello dal' cui proceder' si discordono i tempi. Perche si vede li huomini ne le cose che li conducono al fine, quale ciascuno ha innanzi, cioè gloria, et ricchezze, procedervi variamente: l'uno con respetti, l'altro con impeto, l'uno per violentia, l'altro per arte, l'uno con patientia, l'altro col' suo contrario, et ciascuno con questi diversi modi vi può pervenire. Et vedesi ancora doi respettivi, l'uno pervenire al suo disegno, l'altro no, et similmente doi equalmente felicitar' con diversi studij, essendo l'uno respettivo, l'altro impetuoso. Il che non nasce d' altro, se non da qualitati di tempi che si conformino, o no, col procedere loro. Di qui nasce quello ho detto che doi, diversamente operando, sortiscano il medesimo effetto, et dui, equalmente operando, l'uno si conduce al' suo fine et l'altro no. Da questo ancora depende la variation' del' bene, perche se a uno, che si governa con rispetto et pacientia, i tempi et le cose girono in modo ch' il governo suo sia buono, esso viene felicitando, ma se li tempi et le cose si mutano, èi rovina, perche non muta modo di procedere. Ne si truova huomo sì prudente che si sappi accordare a questo, sì perche non si può deviare da quello a che la natura ci inchina, sì ancora perche, havendo sempre un' prosperato camminando per una via, non si può persuadere che sia bene partirse da quella.Et però l'huomo respettivo, quando gli è tempo di venire a lo impeto, non lo sà fare, donde ègli rovina; che sè mutasse natura con li tempi et con le cose, non si mutarebbe Fortuna. Papa Iulio secondo procedette in ogni sua attione impetuosamente, et truovò tanto i tempi e le cose conformi a quello suo modo del' procedere, che sempre sortì felice fine. Considerate la prima impresa che fece di Bologna vivendo ancora Messer' Giovanni Bentivogli. I Venitiani non sè nè contentavano, il Re di Spagna similmente con Francia haveva ragionamento di tale impresa, et lui nondimanco con la sua ferocità et impeto si mosse personalmente a quella espeditione. La quale mossa fece star' sospesi et fermi, et Spagna et I Venitiani, quelli per paura, quel' altro per il desiderio di recuperar' tutto el Regno di Napoli; et da l'altra parte si tirò drieto il Re di Francia, perche, vedutolo quel' Re mosso et desiderando farselo amico per abbassar' i Venitiani, iudicò non poterli negar' la sua gente senza ingiuriarlo manifestamente. Condusse adunque lulio con la sua mossa impetuosa quello che mai altro Pontifice, con tutta l'humana prudentia, havria condutto. Perche s'ègli aspettava di partirsi da Roma con le conclusioni ferme et tutte le cose ordinate, come qualunche altro Pontifice harebbe fatto, mai non li riusciva, perche il Re di Francia havria trovate mille scuse et gli altri gli harebbero messo mille paure. Io voglio lasciar' stare le altre sue attioni che tutte sono state simili, et tutte li sono successe bene: et la brevità della vita non li ha lasciato sentire il contrario, perche, sè fussero sopravenuti tempi che fusse bisognato procedere con respetti, ne seguiva la sua rovina, perche mai non harebbe deviato da quelli modi a quali la natura lo inchinava. Conchiudo adunche che variando la Fortuna, et gli huomini stando ne i loro modi obstinati, sono felici mentre concordano insieme et, come discordano, sono infelici. Io iudico ben' questo, che sia meglio esser' impetuoso che respettivo perche la Fortuna è donna et è necessario (volendola tenere sotto) batterla et urtarla. Et si vede che la si lascia più vincer' da questi, che da quelli che fredamente procedano. Et però sempre, come donna è amica de giovani, perche son' men respettivi, più feroci et con più audacia la comandano.  
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        Eshortatione a liberare la Italia da i Barbari Cap .XXVI.Considerato adunche tutte le cose di sopra discorse, et pensando meco medesimo sè al presente in Italia correvano tempi da honorare un' Principe nuovo; et sè c'era materia che dessi occasione a uno prudente et virtuoso a introdurvi forma che facesse honore a lui et bene alla università de gli huomini di quella, mi pare concorrino tante cose in beneficio d' uno Principe nuovo, che non sò qual' mai tempo fussi più atto a questo. Et se, come io dissi, era necessario, volendo vedere la virtù di Moisè, ch'el Popolo d'Israel fussi schiavo in Egitto, et a conoscere la grandeza et lo animo di Ciro, che i Persi fussero oppressi da Medi, et ad illustrare la eccellentia di Theseo, che gli Atheniesi fussero dispersi; così al presente, volendo conoscere la virtù d'uno spirito Italiano, era necessario che la Italia si conducesi ne termini presenti, et che la fusse più schiava che gli Hebrei, più serva che i Persi, più dispersa che gli Atheniesi, senza capo, senza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa, et havessi sopportato d'ogni sorte rovine. Et benche in fino a quì si sia mostro qualche spiraculo in qualcuno, da poter' iudicare, fusse ordinato da Dio per sua redentione, nientedimanco si è visto come di poi, nel' più alto corso de le attioni sue, è stato da la Fortuna reprobato. In modo che, rimasa come senza vita, aspetta qual' possa esser' quello che sani le sue ferite et ponga fine a le direptioni et sacchi di Lombardia, a le espilattioni et taglie de' Reame et di Thoscana, et la guarisca da quelle sue piaghe già per il lungo tempo infistolite. Vedesi come la prega Dio che li mandi qualcuno che la redima da queste crudeltati et insolentie Barbare. Vedesi ancora tutta prona et disposta a seguire una bandiera, pur che ci sia alcuno che la pigli. Ne si vede al' presente che ella possa sperare altra che la Illustre casa vostra potersi fare capo di questa redentione, sendo questa dalla sua virtù et Fortuna tanto suta esaltata et da Dio et dalla Chiesa, della quale tiene hora il Principato, favorita. Et questo non vi sarà molto difficile, sè vi recherete innanzi le attioni et vite de sopranominati. Et benche quelli huomini siano rari et maravigliosi, nondimeno furno huomini, et hebbe ciascuno di loro minore occasione che la presente, perche l' impresa loro non fù più iusta de questa, ne più facile, ne fù Dio più loro amico che a voi. Qui è iustitia grande, perche quella guerra è iusta che gli è necessaria, et quelle armi son' pietose dove non si spera in altro che in elle. Qui è dispositione grandissima, ne può esser', dove è grande dispositione, grande difficultà, pur che quella pigli delli ordini di coloro che io vi ho preposto per mira. Oltre a questo qui si veggano estraordinarij senza essempio, condotti da Dio. Il mare s' è aperto. Una nube vi ha scorto il camino. La pietrà ha versato l'acque. Qui è piovuto la Manna. Ogni cosa è concorsa nella vostra grandeza. Il rimanente dovete far' voi; Dio non vuole far' ogni cosa per non ci torre il libero arbitrio et parte di quella gloria che tocca a noi. Et non è maraviglia sè alcun' de prenominati Italiani non ha possuto fare quello che si può sperar' facci la Illustre casa vostra, et se, in tante revolutioni d' Italia et in tanti maneggì di guerra, pare sempre che in quella la virtù militar' sia spenta: perche questo nasce che gli ordini antichi di quella non erano buoni, et non ci è suto alcuno che l'habbi saputo truovare de nuovi. Nessuna cosa fa tanto honore a un' huomo che di nuovo surga, quanto fanno le nuove leggi et li nuovi ordini trovati da lui: queste cose, quando sono ben' fondate et habbino in loro grandeza, lo fanno reverendo et mirabile. Et in Italia non manca materia da introdurvi ogni forma. Qui è virtù grande ne le membra, quando ella non mancasse ne capi. Specchiatevi nelli duelli et ne i congressi de pochi, quanto li Italiani siano superiori con le forze, con la destreza, con l'ingegno; ma come si viene a li eserciti, non compariscono, Et tutto procede dalla deboleza de capi, perche quelli che sanno non son' obediti, et a ciascuno par' saper', non cì essendo insino a qui suto alcuno che si sia revelato tanto, et per virtù et per fortuna, che gl'altri cedino. Di qui nasce che in tanto tempo, in tante guerre fatte ne passati .XX. anni, quando gli è stato uno esercito tutto Italiano, sempre ha fatto mala pruova, di che è testimonio prima il Taro, di poi Alessandria, Capua, Genova, Vaila, Bologna, Mestri. Volendo dunque la illustre casa vostra seguitare quelli eccellenti huomini che redimerono le provincie loro, è necessario innanti a tutte le altre cose (come vero fondamento, d'ogni impresa) provedersi d'armi proprie, et perche non si può havere ne più fidi, ne più veri, ne megliori soldati. Et benche ciascuno d'essi sia buono, tutti insieme diventaranno migliori, quando si vedranno comandare da loro Principe, et da quello honorare et intrattenere. È necessario per tanto prepararsi a queste armi per potersi con virtù Italiana defendere da li esterni. Et benche la fanteria Svizera et Spagnuola sia estimata terribile, nondimanco in ambedue è defetto per il quale uno ordine terzo potrebbe non solamente opporsi loro, ma confidare di superargli. Perche li Spagnuoli non possono sostener' i cavagli, et gli Svizeri hanno ad haver' paura di fanti quando li riscontrino nel' combattere ostinati come loro. Donde si è veduto et vedrassi, per esperientia, li Spagnuoli non potere sostenere una cavalleria Franceze et gli Svizeri esser' rovinati d'una fanteria Spagnuola. Et benche di questo ultimo non se ne sia visto intera esperientia, nientedimeno se n'è veduto uno saggio ne la giornata di Ravenna, quando le fanterie Spagnuole si affrontorono con le battaglie Tedesche, le quali servono il medesimo ordine che i Svizeri, dove li Spagnuoli, con la agilità del' corpo et aiuti de loro brocchieri, erano entrati tra le picche loro sotto, et stavano securi a offendergli senza che li Tedeschi vi havessino remedio; et se non fussi la cavalleria che gli urtò, gli harebbeno consumati tutti. Puossi adunque (conosciuto el defetto de l'una et de l'altra di queste fanterie) ordinarne una di nuovo, la quale resista a cavalli et non habbi paura de fanti, il che lo farà la generatione de l'armi et la variatione de li ordini. Et queste sono di quelle cose che, di nuovo ordinate, danno reputatione et grandeza a uno Principe nuovo. Non si deve adunque lasciare passar' questa occasione, accioche la Italia vegga doppò tanto tempo apparir un' suo redentore. Ne posso esprimere con quale amore ei fussi ricevuto in tutte quelle provincie che hanno patito per queste illuvioni esterne, con qual' sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lachrime. Quali porte se li serrerebbeno? Quali popoli li negarebbeno la obedientia? Quale invidia se li opporrebbe? Quale Italiano li negarebbe l'ossequio? A ognun' puza questo barbaro dominio. Pigli adunque la Illustre casa vostra questo assunto, con quello animo et con quelle speranze che si pigliono l'imprese iuste, accio che, sotto la sua insegna, et questa patria ne sià nobilitata, et, sotto i sua auspicij, si verifichi quello detto del' Petrarca. Virtù contro al furore Prenderà l'arme, et fia il combatter' corto, Che l'antico valore Nelli Italici cuor' non è anchor morto IL FINE DEL PRINCIPE.